LA FINE DEL PETROLIO: COMMENTI E CORREZIONI

Di Ugo Bardi
www.aspoitalia.net
versione 7 Dicembre 2003

 

A distanza di qualche mese dall’uscita in libreria del mio libro "La fine del Petrolio" (Editori Riuniti, settembre 2003), ho già ricevuto un certo numero di commenti sul contenuto. Non tutti sono daccordo, come è ovvio, su alcune delle mie interpretazioni e altri mi hanno segnalato delle imprecisioni. Tutti vorrebbero essere perfetti, ma sembrerebbe che questo non sia possibile su questa terra. Per questo, mi scuso con i lettori e in questa pagina provo a rimediare con qualche commento su alcune di queste imperfezioni che, per fortuna, risultano per il momento del tutto marginali. Aggiungo anche qualche ulteriore commento

 Imperfezioni del libro:

  1. (segnalato da Eriberto Melloni, Dicembre 2003). Discutendo della questione del riscaldamento globale, accenno alla questione del perchè l’aria è più fredda via via che si sale di quota (p. 61). Dopo aver detto questo, però, trascuro di spiegare quali sono le ragioni. Giusto. Rimedio qui di seguito dicendo che la ragione è che il riscaldamento dell’atmosfera (almeno sotto una certa quota) è causato principalmente dal calore riemesso dalla superficie del pianeta. La Terra è dunque un oggetto caldo, e via via che ci si allontana l’effetto di riscaldamento si fa sempre piu’ debole.

  2. (segnalato da Eriberto Melloni, Dicembre 2003). Nella discussione dei principi della termodinamica attribuisco erroneamente la scoperta del primo principio a lord Kelvin (William Thomson). Ovviamente il principio è stato scoperto invece da James Prescott Joule.

  3. (scoperto dall’autore). All’inizio del libro dico che la frazione di energia totale prodotta dai combustibili fossili è del 90% ma nel calcolo del capitolo intitolato "si può vivere senza petrolio?" uso invece un valore del 75%. Questo non è un errore, ma può darsi che non abbia spiegato abbastanza chiaramente la ragione di questa differenza. Tutto dipende dal contare la biomassa (principalmente legno) oppure no. La maggior parte degli autori non fanno entrare la biomassa nel computo e usano il valore del 90%. Invece, l’International Energy Agency (IEA) cerca di tenere conto anche del legno e arriva a un valore del 75%. Entrambi i valori sono giusti, dipende da cosa si misura. Comunque sia, la frazione di energia generata dai combustibili fossili rimane di gran lunga la principale sul pianeta.

Un commento dell'autore sulle origini delle crisi del petrolio.

Uno degli argomenti più difficili e più complessi della questione petrolio è l'interpretazione delle due grandi crisi del 1973 e 1979, come pure della terza crisi, meno disastrosa, del 2000. La tendenza di quasi tutti i commentatori è di mettere in relazione le prime due crisi con alcuni sconvolgimenti geopolitici. Così, si dice che la prima crisi (1973) è stata causata dall'embargo consequente alla guerra Arabo-Israeliana dello Yom Kippur. La seconda crisi (1979) viene invece attribuita al crollo della produzione iraniana conseguente alla fuga dello Shah.

Anche nel mio libro, "La fine del Petrolio" ho interpretato le crisi più o meno secondo queste linee, anche se ho specificato che a monte c'era un problema strutturale di disponibilità di petrolio. In realtà, dopo ulteriore riflessione, mi sto sempre più convincendo che gli eventi politici non hanno quasi nessun effetto su quelle che chiamiamo "crisi del petrolio". E' difficile pensare che il crollo mondiale del 1979 possa essere stato causato dal fatto che in quell'anno un signore chiamato Reza Palevi aveva preso un aereo per andare da Teheran al Cairo. Cambia poco che costui pretendesse di essere chiamato "Shahansha Aryamir" (re dei re e signore degli ariani) e che usasse mandare in galere chi si permetteva di chiamarlo semplicemente "Shah". In effetti, la rivoluzione iraniana del 1979 causò l'arresto della produzione di petrolio solo per qualche settimana, mentre la crisi durò diversi anni.

Più si esaminano a fondo le dinamiche politiche e economiche di certi eventi, più si vede come certe correlazioni sono arbitrarie. Per esempio, la guerra Arabo-Israeliana detta "dei sei giorni" nel 1967 non è correlabile a nessuna variazione dei prezzi del petrolio sul mercato mondiale. Viceversa, l'aumento brusco dei prezzi del 2000 non corrisponde a nessun evento geopolitico importante. Se consideriamo poi l'invasione dell'Iraq nel 2003, vediamo che non ha causato nessuno degli effetti che gli esperti prevedevano: ovvero, il prezzo del greggio è rimasto sostanzialmente invariato e il mercato del petrolio sembra aver ignorato nel modo più totale tutta la faccenda.

Quando è, esattamente, che possiamo dire che un certo evento ne ha causato un altro? E' un problema fondamentale ed è anche una tendenza umana comune di cercare correlazioni, inventandosele se necessario. Per esempio, dopo la cattura di Saddam Hussein nel Dicembre 2003, i mercati e gli opinionisti sui giornali hanno reagito con ottimismo e l'opinione generale potrebbe essere riassunta nel concetto che "adesso basta che trovino anche Osama bin Laden, e poi tutto tornerà come prima". Per "come prima", si intende in questo caso prima dell'aumento dei prezzi del petrolio, prima del crollo delle borse, prima della recessione mondiale e della crisi economica che ci affligge ormai da più di tre anni. Ma, ahimè, per quanta malvagità si possa attribuire a Saddam Hussein e a Osama Bin Laden, forse ritenerli la causa di tutti questi disastri vuol dire sopravvalutarli, e non di poco.

Nella ricerca delle cause degli eventi bisogna perlomeno tener conto della regola fondamentale che vuole che le cause debbano sempre precedere gli effetti. In questo caso dobbiamo ricordarci che l'attacco alle torri gemelle di New York è avvenuto oltre un anno dopo la crisi del petrolio del 2000, il crollo delle borse e la crisi economica, per cui non può esserne stato la causa. Quali sono, allora, le cause delle crisi del mercato del petrolio? L'impressione che si ricava dall'esame della situazione è che l'estrazione e il commercio del petrolio non sono influenzate da quello che dicono i politici, dalle previsioni degli economisti e dai sondaggi di opinione. Persino le guerre hanno poco effetto sul mercato del petrolio, perlomeno finche nessuno si mette a lanciare bombe atomiche o armi batteriologiche su vasta scala. Le crisi petrolifere, sembrerebbe, seguono loro leggi e regole, sostanzialmente imprevedibili. L'unica predizione sicura che possiamo fare è quella che, prima o poi, dovremo imparare a fare a meno del petrolio.



Un commento di Luca Pardi (Marzo 2004)

Mi fa notare Luca Pardi che sono stato troppo gentile con l'ex presidente dell'Iraq, Saddam Hussein, quando ho scritto che "E' ormai chiaro che l'Iraq di Saddam Hussein non era una minaccia per nessuno". In effetti, a Saddam Hussein si attribuiscono crimini efferati contro il suo stesso popolo e il solo fatto che il suo governo abbia lanciato l'Iraq in due guerre disastrose, una contro l'Iran e una contro il Kuwait, lo rende oggettivamente responsabile della morte di parecchie centinaia di migliaia di persone.

Tutto vero, tuttavia è anche vero che il soggetto della frase in questione non è Saddam Hussein (invero una minaccia per molti iracheni) ma "L'iraq di Saddam Hussein" e il contesto in cui tale frase si trova è una discussione sulle "armi di distruzione di massa irachene" che è ovvio che non sono una minaccia per nessuno in quanto inesistenti. Però avrei potuto essere più chiaro scrivendo esplicitamente "L'Iraq di Saddam Hussein non era una minaccia né per l'occidente né per i paesi vicini"




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