L’ESAURIMENTO DELLE RISORSE: PROBLEMI E SOLUZIONI PER UN PIANETA SOSTENIBILE

 

Sintesi dell’intervento di Ugo Bardi al convegno “Il Futuro dell’Energia” Firenze, 13 Dicembre 2004

 

By Ugo Bardi

ASPO – Association for the Study of Peak Oil

Dipartimento di Chimica – Università di Firenze,

www.aspoitalia.net

www.agrienergia.it

bardi@unifi.it

 

 

Stiamo veramente esaurendo le risorse planetarie? La questione è, ovviamente, controversa ma i dati si stanno accumulando al punto che non possiamo ignorare il problema ulteriormente. Porre un problema, sia chiaro, non significa assumere che non ci siano soluzioni. Al contrario, solo chi non vuole neanche sentir parlare di un problema si pone nella condizione di privarsi della possibilità di risolverlo. Quindi, non è il caso di tenere la testa nella sabbia imprecando contro il “catastrofismo.” Le cose vanno dette chiaramente, senza facili allarmismi ma senza neanche aver paura di dirle.

Cominciamo dunque col porre il problema in modo chiaro: che cosa intendiamo con “esaurimento delle risorse”? Sarebbe semplicistico vedere, per esempio, la questione dell’esaurimento del petrolio allo stesso modo di come uno vede l’esaurimento della birra che sta nel frigorifero: una lattina dopo l’altra finchè non ce ne sono più. Tuttavia questa, curiosamente, è proprio la visione di alcuni economisti che ci informano che possiamo stare tranquilli dato che “al ritmo di consumo attuale le riserve di petrolio dureranno ancora 40 anni circa” Come se i consumi dovessero rimanere constanti per i prossimi 40 anni, quando non lo sono mai stati per i passati 150.

Se vogliamo capire come varierà la produzione di petrolio (e di altre risorse non rinnovabili) dobbiamo prendere in considerazione modelli più evoluti e più realistici. La storia e le simulazioni mostrano come la produzione di una risorsa non rinnovabile si può descrivere secondo una “curva a campana”, detta anche “curva di Hubbert”  dove il massimo della produzione (“picco di Hubbert”) si verifica approssimativamente quando metà della produzione possibile è stata prodotta. Successivamente, la produzione declina inesorabilmente. Non esiste mai un punto in cui le risorse sono effettivamente “esaurite,” ovvero come quando non c’è più birra nel frigorifero. Esiste un punto, tuttavia, in cui produrre una risorsa ormai diventata rara e costosa diventa improponibile dal punto di vista economico. Su questo argomento, è bene ricordare le parole giustamente famose di Zaki Yamani, ministro del petrolio dell’Arabia Saudita, “L’età della pietra non finì perchè si esaurirono le pietre”. Nel mondo reale, nessuna risorsa viene sfruttata fino all’esaurimento fisico totale. Tuttavia, quando la produzione comincia a declinare, i prezzi cominciano ad aumentare ed emergono una serie di problemi di scarsità.

Visto che abbiamo tirato in ballo Yamani, possiamo passare subito a considerare quella che è la “risorsa cardine” del nostro mondo: il petrolio, che è tutt’ora la singola fonte energetica più importante dell’economia planetaria. Il petrolio mostra segni evidenti di stare raggiungendo quel massimo di Hubbert al di là del quale ci possiamo aspettare alti prezzi e problemi di scarsità. La maggioranza degli esperti assume che il picco dovrebbe verificarsi entro il primo decennio del ventunesimo secolo anche se c’è chi lo postpone di qualche decennio. A titolo di esempio, vediamo la previsione del gruppo ASPO (associazione per lo studio del picco del petrolio www.peakoil.org)

 

Quando si parla di questo tipo di curve a campana non si intende soltanto il petrolio. E’ un fatto che la pressione sulle risorse planetarie sta portando a difficoltà con una varietà di risorse diverse. La produzione di diversi metalli di importanza strategica (citiamo lo zirconio come esempio) sta mostrando la caratteristica curva a campana e ha già superato il punto di picco. Ma non è questione solo di risorse minerarie. La curva a campana si ritrova anche per lo sfruttamento di risorse biologiche che vengono esaurite più rapidamente di quanto non si possano riprodurre. Valga qui l’esempio della pesca globale, che ha raggiunto un massimo produttivo nei primi anni ’90 e che sembra oggi aver iniziato un’irreversibile fase discendente dopo la sistematica distruzione degli ecosistemi marini avvenuta nel ventesimo secolo. Che la pesca possa causare l’easurimento irreversibile della fauna ittica non è un’estrapolazione azzardata: è qualcosa che si è già verificato nel passato. Un esempio è la caccia alle balene del diciannovesimo secolo che ha seguito una tipica curva a campana. Le specie di balena cacciate a quel tempo – seppure non estinte – non si sono ancora riprese al giorno d’oggi. Ci sono altri esempi (come lo storione del Caspio) di questo tipo di comportamento.

Le estrapolazioni al futuro di queste curve si devono prendere, ovviamente, come delle approssimazioni. Nuove scoperte o errori nelle stime potrebbero postporre il picco del petrolio e di altre risorse anche di un buon numero di anni. Ma cambia poco alla situazione generale: Queste curve hanno durate infinitesimali se messe in prospettiva con quella che è la durata della civiltà umana che ha avuto origine approssimativamente nel terzo millennio A.C. Proviamo a mettere la curva di produzione dei combustibili fossili in scala su questi tempi e si dovrebbe capire che cosa si intende.

 

Il petrolio è un fiammifero acceso che rischiara il buio dei secoli. Ma, come nella storia della piccola fiammiferaia, ci potrà scaldare solo per un attimo. Si parla di sostituire il petrolio con altre risorse minerarie altrettanto esauribili; il carbone o l’uranio, per esempio. Ma questo cambierebbe poco le cose, la curva a campana ne risulterebbe soltanto un po’ allargata. Il carbone, per esempio, se utilizzato estensivamente per sostituire il petrolio, si troverebbe al suo picco verso il 2050. L’uranio fissionabile durerebbe ancora meno per un uso altrettanto su larga scala. Sono dunque “non soluzioni” che rimandano solo il problema senza risolverlo.

Già che siamo a parlare di carbone, possiamo anche menzionare un altro problema che ci troviamo a fronteggiare; l’esaurimento della capacità dell’atmosfera di assorbire i prodotti dell’attività umana– principalmente biossido di carbonio CO2. I dati su questo punto sono chiari: la concentrazione di biossido di carbonio è in aumento in parallelo sia con la combustione degli idrocarburi fossili sia con altre attività quali la deforestazione, l’agricoltura intensiva, eccetera. Fra i vari combustibili in uso, il carbone è quello che causa l’emissione della maggior quantità di CO2 emessa a parità di energia fornita e il prospettato ricorso al carbone per sostituire petrolio e gas che cominciano a a scarseggiare potrebbe causare un’ulteriore impennata nella concentrazione di CO2 nell’atmosfera.  

Gli effetti dell’incremento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera sono molto discussi, ma si ritiene che siano la causa principale del riscaldamento globale medio di circa mezzo grado centigrado osservato negli ultimi decenni. Il sistema planetario è molto complesso e ci ci sono molti fattori in gioco che potrebbero smorzare, ma anche amplificare, l’effetto della CO2. Nella migliore delle ipotesi, il pianeta si potrebbe adattare mantenendo la temperatura entro limiti accettabili. Nella peggiore, il riscaldamento causato dalla CO2 potrebbe scatenare una serie di effetti a catena risultanti in quello che viene chiamato “cambiamento climatico brusco” (ACC, “abrupt climate change”). L’evidenza geologica per questi bruschi cambiamenti esiste. Valga come esempio la grande crisi del Permiano, 251 milioni di anni fa, che causò la quasi totale distruzione della biosfera con l’estinzione del 90-95% delle specie esistenti allora. Si ritiene che la crisi del Permiano – come pure molte altre successive – sia stata scatenata come un effetto dell’immissione di grandi quantità di CO2 nell’atmosfera; a quel tempo il risultato di grandi eruzioni vulcaniche. Non è stata la CO2 a causare direttamente la catastrofe, ma gli effetti secondari di questa immissione, ovvero il rilascio nell’atmosfera di grandi quantità di metano (un gas-serra molto più potente della CO2) proveniente dal riscaldamento degli idrati polari. Dato che già oggi si sta osservando che gli idrati polari si stanno sciolgliendo, il problema potrebbe porsi anche in modo drammatico in tempi non lunghissimi. Tutto questo è, ovviamente, molto incerto, ma questo non giustifica l’inazione o il tapparsi occhi e orecchie per un malinteso timore di “allarmare l’opinione pubblica”.

Tuttavia, dicevamo all’inizio che riconoscere l’esistenza di un problema è il primo passo per poterlo risolvere. Tutti i problemi che abbiamo descritto, per quanto gravi siano, devono avere delle soluzioni. L’ecosistema terrestre è robusto, non per niente è andato avanti per 570 milioni di anni dalla nascita delle prime forme di vita multicellulari. E’ vero che ha rischiato occasionalmente la totale distruzione per crisi climatiche gravissime, ma si è ripreso ogni volta. Gli esseri umani hanno dalla loro parte l’intelligenza anche se, a volte, non è dimostrata, purtroppo, da alcuni esemplari che hanno pretese di essere dei leader. Questo deve permettere loro di trovare un modo di gestione del pianeta che non lo distrugga.

Di fronte al problema dell’esaurimento delle risorse, e in particolare delle risorse primarie che sono quelle energetiche, possiamo e dobbiamo fare un salto di qualità e superare per sempre la primitiva tecnologia dei combustibili fossili. Non è da escludere che nel futuro si riesca a padroneggiare processi nucleari, quali la fusione del deuterio, che ci fornirebbero energia abbondante da una sorgenti che potremmo definire come inesauribili in pratica. Tuttavia, per il momento la possibilità di ottenere energia utile dalla fusione nucleare sembra remota. Viceversa, disponiamo già oggi di tecnologie efficienti e provate che ci possono fornire tutta l’energia di cui abbiamo bisogno. L’energia solare nella forma di celle fotovoltaiche, generatori eolici e altre tecnologie.

La cella fotovoltaica è una versione inorganica del processo biologico chiamato “fotosintesi”. La fotosintesi è apparsa per la prima volta con i cianobatteri, oltre tre miliardi e mezzo di anni fa. Le foglie delle piante sono una novità biologica apparsa sul pianeta per la prima volta nel periodo devoniano, circa 390 milioni di anni fa.

 

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Le celle fotovoltaiche sono apparse solo 50 anni fa, circa, ma già sorpassano di gran lunga l’efficienza della fotosintesi nella conversione della luce solare in energia utilizzabile. La fotosintesi delle piante ha un’efficienza normalmente sotto l’1%, in casi favorevoli fino al 3%. L’efficienza di un sistema fotovoltaico commerciale è già oggi dell’ordine del 15%. Il limite teorico di efficienza di un sistema fotovoltaico è di oltre l’80% e probabilmente non ci vorranno milioni di anni per arrivarci. Molto si è detto negli ultimi anni sulla “resa energetica” delle celle fotovoltaiche, che secondo alcuni vecchi studi sarebbe minore dell’unità. Questi studi sono oggi completamente obsoleti e le ultime stime danno il ritorno energetico delle celle fotovoltaiche già oggi come superiore a quello del petrolio. Con le nuove tecnologie fotovoltaiche sarà sufficiente coprire una frazione molto piccola del territorio planetario (molto meno dell’1%) per ottenere energia elettrica completamente pulita e sostenibile in quantità equivalente o superiore a quella ottenuta oggi con i metodi goffi e distruttivi dei motori termici a combustione. L’uso del terreno per la produzione di energia elettrica si configura come una nuova e rivoluzionaria forma di agricoltura, un concetto espresso in dettaglio con il termine di “agrienergia” (www.agrienergia.it)

Le celle fotovoltaiche sono il più evoluto, ma non il solo, sistema di ottenere energia elettrica rinnovabile e sostenibile. L’energia eolica è altrettanto efficiente, occupa anche meno spazio e si configura anch’essa come una forma evoluta di agricoltura. Altri metodi (biomassa, solare a concentrazione, solare termico, ecc.) sono possibili e potranno dare un importante contributo nel futuro.

L’ energia pulita e abbondante dal fotovoltaico (e da altre tecnologie rinnovabili) è un requisito necessario per qualsiasi tentativo di gestione intelligente del pianeta, ma non è sufficiente. Un’altra condizione è l’inversione della tendenza all’aumento della CO2 nell’atmosfera. Le energie rinnovabili non causano l’immissione di CO2 nell’atmosfera ma ormai l’aumento di concentrazione è tale che ci potrebbero volere centinaia di migliaia di anni per ritornare ai valori precedenti agli effetti dell’attività umana. Qui, il protocollo di Kyoto si sta rivelando sempre di più una soluzione troppo debole e insufficiente. Non basta ridurre la combustione di idrocarburi fossili, probabilmente non sarà sufficiente nemmeno cessare di bruciarli. Per invertirne la tendenza in tempi ragionevoli sarà necessario intervenire attivamente sui parametri climatici. Azioni quali la riforestazione di aree desertiche o, al limite, interventi diretti per aumentare l’albedo terrestre potrebbero rivelarsi efficaci per controllare la temperatura planetaria.

Alla fine dei conti, la gestione del nostro pianeta non è tanto una questione di tecnologia: di buone tecnologie ne abbiamo tante. E’, più che altro, una questione di visione. Siamo bloccati da visioni obsolete che ci hanno fatto e che ci stanno facendo dei gravi danni. La principale e quella del “pianeta supermercato” che vuole che possiamo attingere dalle risorse planetarie quanto e come vogliamo. L’incapacità di concepire la finitezza delle risorse ci ha portato dove siamo oggi, al limite dell’esaurimento dei minerali e degli ecosistemi e con l’atmosfera quasi irrimediabilmente inquinata da CO2. Arrivati dove siamo adesso, anche interrompendo i comportamenti distruttivi del passato, non possiamo aspettarci che il pianeta ritorni da solo in tempi brevi a quello che era nel periodo pre-industriale. Dobbiamo intervenire attivamente per rimediare a danni come l’erosione, la desertificazione, l’impoverimento degli ecosistemi, l’esaurimento generale delle risorse.

In sostanza, dobbiamo abbandonare il paradigma del “pianeta supermercato” e prenderci cura della nostra Terra. Può darsi che l’antico mito del giardino dell’Eden ci possa servire da guida in questo momento difficile. Possiamo pensare di ritornare al concetto di un pianeta da curare e conservare come se fosse un giardino che Dio ci ha affidato. Dipende da noi.