Sintesi dell’intervento di Ugo Bardi al convegno “Energie per la Pace” Viareggio, 20 Novembre 2004

 

Ugo Bardi

Università di Firenze e

ASPO, associazione per lo studio del picco del petrolio

bardi@unifi.it

www.aspoitalia.net

 

 

Erano svariati anni che gli esperti in campo petrolifero avvertivano che il problema degli approvigionamenti petroliferi si sarebbe fatto sentire entro il primo decennio del ventunesimo secolo. In pratica, il sintomo del problema si è manifestato come un aumento dei prezzi che ha avuto inizio verso il 1999, dopo che il petrolio aveva toccato un minimo storico a poco più di 10 dollari al barile. Era stato questo minimo storico che aveva portato a quell’epoca alcuni esperti a lanciarsi nell’azzardata previsione che il petrolio avrebbe potuto scendere ancora, forse fino a 5 dollari al barile. La realtà delle capacità produttive in declino, accoppiata all’aumento della domanda, ha portato a un evoluzione completamente opposta, ovvero alla crescita esponenziale dei prezzi che è cominciata nel 2002 e li ha portati a 55 dollari al barile nel novembre del 2004.

 

L’interpretazione di questi dati si basa sul modello di Hubbert, ovvero su un modello sviluppato negli anni 1960 dal geologo americano Marion King Hubbert per prevedere l’andamento della produzione dei pozzi americani. Il modello è il risultato della combinazione di fattori geologici (limitazione delle risorse) e economici (tendenza degli operatori di estrarre prima le risorse meno care). Il risultato è una curva a campana che passa per un massimo, detto il picco di Hubbert.

 

Le predizioni basate sul metodo di Hubbert sono influenzate da fattori poco noti, come la quantità totale di riserve estraibili e, ovviamente, devono essere prese come approssimazioni di una realtà che dipende enormemente da fattori volatili, quali le fluttuazioni dei mercati, fattori politici, guerre, eccetera. Tuttavia, la maggioranza dei calcoli indicava già diversi anni fa come verso i primi anni del ventunesimo secolo si dovesse raggiungere una condizione per la quale la produzione sarebbbe stata insufficiente a soddisfare la crescente domanda. Il raggiungimento di questa condizione è, oggi, dichiarato dalle stesse compagnie petrolifere ed è sotto gli occhi di tutti.

 

Il modo in cui la difficoltà di soddisfare la domanda si manifesta nel mercato è attraverso un aumento dei prezzi. Il modello di Hubbert non dice niente a proposito dei prezzi, ma soltanto predice la produzione. La maggior parte dei commentatori aveva comunque previsto un aumento dei prezzi all’avvicinarsi del picco, cosa che si è puntualmente verificata, anche se, per completezza, va detto che i presenti aumenti non sono di per se prove che il picco è vicino.

 

Arrivati ad aver stabilito che il picco è vicino e che gli aumenti di prezzi sono strutturali e irreversibili, si tratta di esaminare la situazione e valutarla per le sue conseguenze. Dove si fermerà l’aumento dei prezzi e che effetti avrà sulla società? Risposte a queste domande sono, evidentemente, molto difficili. Possiamo comunque provare a fare alcune considerazioni.

 

La considerazione più interessante in questo campo deriva dall’osservazione del raddoppio dei prezzi nell’arco di soli due anni, da poco più di 20 dollari al barile nel 2002 agli oltre 50 nel 2004. Che cosa giustifica nel dettaglio questo enorme aumento? E’ ovvio che il costo di estrazione del petrolio non è raddoppiato in due anni e non sarebbe possibile che lo fosse. In questi due anni, al massimo alcuni pozzi hanno mostrato segni di declino, ma nella maggior parte dei casi il costo di estrazione è lo stesso oggi di quanto non lo fosse nel 2002. Quello che è successo, dunque, è stato l’enorme incremento dei profitti per i produttori. Si riteneva fino a qualche anno fa che il costo medio di produzione di un barile di petrolio fosse dell’ordine dei 7 dollari al barile. Ammesso che oggi sia salito a circa 10 dollari, ogni barile venduto porta un profitto di 40 dollari, circa il 400% ai produttori.

 

Quali fattori hanno portato a questo sconvolgimento del mercato? Come mai fino al 1999 si riteneva che un profitto del 100% per barile fosse accettabile, mentre oggi non è più cosi? La risposta sta nei meccanismi tipici dei mercati, dove i prezzi non sono direttamente determinati dai costi, ma dall’interazione fra domanda e offerta. Nella pratica, quello a cui stiamo assistendo in questi anni è la creazione di un oligopolio di fatto dove i produttori hanno in mano il mercato e possono imporre i prezzi da loro voluti.

 

A proposito di monopoli, oligopoli o “cartelli”, sappiamo che per almeno 40 anni l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio (OPEC) ha cercato di costituire un cartello formale per influenzare il prezzo del petrolio in modo favorevole ai produttori. Nella pratica, l’OPEC non è mai riuscita veramente a controllare il mercato del petrolio. In una situazione di eccesso di produzione rispetto alla domanda, come lo è stata per il petrolio fino al 1999 circa, la tentazione per i produttori era sempre di sottrarsi alle regole del cartello e di aumentare i propri profitti aumentando la loro frazione di mercato vendendo a basso costo. Al momento in cui la situazione si inverte, ovvero quando la produzione non riesce a soddisfare la domanda, il modo migliore di ottimizzare i profitti è, piuttosto, di aumentare i prezzi. Questo è esattamente quello che sta succedendo.

 

Oggi, l’OPEC è ormai ridotta a poco più di un club del golf, ma l’insieme dei produttori (compagnie petrolifere) ha capito benissimo come il mercato consenta di aumentare i prezzi praticamente senza limiti e senza che i consumatori siano in grado di ribellarsi. Di fatto, quale possibilità hanno i consumatori di ai produttori imporre bassi prezzi per un prodotto, il petrolio, per il quale al momento non esistono in pratica alternative? Il cartello dei produttori è dunque in grado di “strizzare” al limite l’economia mondiale. In queste condizioni, alcune previsioni fatti da economisti (per esempio Matthew Simmons) di prezzi del petrolio a 180 dollari al barile e oltre, non sembrano certamente fuori dal seminato.

 

Nella pratica, quello a cui stiamo assistendo è un enorme trasferimento di ricchezza dalle tasche dei consumatori a quelle delle compagnie petrolifere e, indirettamente, del mondo finanziario (“Wall Street). Al ritmo attuale di oltre 80 milioni di barili al giorno, ovvero circa 30 gigabarili l’anno, il giro economico è di 1500 miliardi di dollari all’anno. Di questi, come abbiamo detto, almeno 1200 miliardi sono di profitti (!!). Se il prezzo dovesse ancora triplicare, come prevede Matthew Simmons, si arriverebbe a valori dell’ordine dei 4000 miliardi di dollari all’anno di profitti.

 

Dove vanno a finire tutti questi soldi? E’ difficile dirlo, ma nella pratica sembra evidente che soltanto una minima frazione di questa massa monetaria viene reinvestita nell’energia. Le compagnie petrolifere stanno in questo momento riducendo gli investimenti nella ricerca di nuovi giacimenti e non stanno investendo affatto nella creazione di infrastrutture (raffinerie, oleodotti, petroliere, ecc.) che sarebbero necessari se si ritenesse che la crescita della produzione e del consumo dovesse continuare (un altro punto, qui, a favore di Hubbert). Anche sulle energie cosiddette “alternative” gli investimenti sono minimali e lo stesso vale per l’energia nucleare per la quale, a parte molta retorica, non ci sono segni di una ripresa significativa. Sembrerebbe dunque che stiamo assistendo a una trasformazione epocale che potrebbe portare sia a un incremento generalizzato della povertà sia a un ulteriore allargamento della “forbice sociale” la quale misurata, per esempio, mediante l’indice di Gini ha mostrato una netta tendenza all’ incremento delle distanze sociali in occidente a partire dagli anni 70.

 

L’inversione di queste tendenze negative non è facile ma è possibile. Solo lo sviluppo di nuove fonti energetiche può invertire l’attuale tendenza all’oligopolio del mercato. Al momento le tecnologie in grado di sostituire il petrolio sono già quasi mature (fotovoltaico, eolico e altre fonti rinnovabili) e con uno sforzo dedicato di sviluppo e commercializzazione non è impensabile che ai ritmi attuali di crescita (circa il 30% all’anno per il fotovoltaico) si possano sostituire le fonti fossili in tempi dell’ordine di alcuni decenni. Il periodo di transizione sarà probabilmente difficile, con instabilità sociali e politiche a livello planetario. Tuttavia, c’è un bel sole alla fine della strada.