Ipotesi sulle cause e gli obiettivi del terrorismo

 cosiddetto islamico: le possibili soluzioni

 

di Armando Bocconi – Novembre 2004

armando.boc@libero.it

 

 

Pubblicato su www.aspoitalia.net

 

 

 

Introduzione

 

        Questo studio, a prima vista scollegato, è strettamente concatenato e,  pur nella sua sinteticità, si articola in  più punti: la prima parte dell’analisi prende le mosse da una lettera di Charles Darwin del 1871 (che farà da filo conduttore della prima metà della prima parte dell’analisi), analizza per sommi capi le cause e gli effetti della globalizzazione, arriva a trattare, sempre in modo sintetico, le cause e gli obiettivi del terrorismo cosiddetto islamico e propone le possibili soluzioni al problema del terrorismo stesso; il concetto di ‘pensiero selvaggio’ di Claude Levi-Strauss farà da filo conduttore invece della seconda metà della prima parte, che affronta il problema del rapporto fra terrorismo e religione islamica, con l’intento di dimostrare che non c’è nessuna relazione sostanziale fra le due realtà; la seconda parte infine espone alcune ricerche che fanno da supporto ad alcune analisi fatte nella prima parte (la situazione relativamente alle risorse energetiche e le prospettive dell’utilizzo dell’idrogeno, le risorse che i Paesi del Magreb e del Medio Oriente ottengono dalla vendita del petrolio e del gas naturale,  la provenienza dei prodotti a tecnologia avanzata utilizzati-consumati nei suddetti Paesi, ecc.).     

 

 

Prima parte

 

       Lettera di Charles Darwin del 1871

 

         Scriveva Charles Darwin nel 1871:” Si è spesso affermato che sono ora presenti tutte le condizioni per la generazione spontanea di un organismo vivente, quali possono essere state presenti nel passato. Ma anche se (e che grosso se!) noi potessimo concepire che in qualche piccolo stagno, in presenza di ogni sorta di sali di ammonio e di fosforo, di luce, calore , elettricità, ecc., si sia venuto a formare un composto proteico , pronto a subire ulteriori più complesse trasformazioni, al giorno d’oggi tale materiale verrebbe immediatamente divorato o assorbito, il che non sarebbe potuto accadere prima che esseri viventi facessero la loro comparsa”

( It is often said that all the condition for the first production of a living organism are now present, which could ever have been present. But if (and oh! what a big if!) we could conceive in some warm little pond, with all sorts of ammonia and phosphoric salts, light, heat, electricity, &c., present, that a proteine compound was chemically formed ready to undergo stillmore complex changes, at the present day such matter would be instantly devoured or absorbed, which would not have been the case before living creatures were formed.” (1)

 

       Prima di addentarci nell’analisi è bene fare una considerazione sul significato della lettera di Charles Darwin e  sul suo estendimento  al tema di questo lavoro. Lascio parlare Claude Levi-Strauss per raggiungere questo fine: “…ci renderemo conto che fra vita e pensiero non c’è quel radicale divario che il dualismo filosofico del XVII secolo accettava come un dato di fatto. E se ci convinceremo che quanto avviene nella nostra mente non è sostanzialmente né fondamentalmente diverso dai fenomeni basilari della vita stessa, se comprenderemo che non c’è alcuna insuperabile distanza fra l’uomo e tutti gli altri esseri viventi – non solo gli animali, ma anche le piante – diventeremo forse saggi come non credevamo di poter essere.” (21)

   

   Le cause della globalizzazione

 

     Quali sono le cause della globalizzazione?

     Le cause sono da vedersi in quell’insieme di fatti storici che hanno portato come conseguenza alla creazione di una realtà unitaria, senza confini culturali – normativi. Un fatto storico fondamentale che ha fatto parte di questo processo e che ha portato alla creazione di una realtà unitaria è stato il colonialismo. Le cause del colonialismo sono state molteplici: possibilità per una nazione-popolazione-gruppo di svilupparsi a discapito di altre nazioni-popolazioni-gruppi, possibilità di approvvigionarsi di materie prime a basso costo, di manodopera a basso costo, valvola di sfogo per la sovrappopolazione del paese coloniale, ecc. In questo modo si è creato una realtà unitaria cioè senza confini culturali: questa  realtà ha la caratteristica di avere le stesse norme valide in tutte le sue parti ma queste  parti hanno un diverso livello di sviluppo culturale - tecnologico.

 

     Gli effetti della globalizzazione

 

      Quali sono gli effetti della globalizzazione?

      Per parafrasare Darwin, il mondo colonizzato precedente la colonializzazione - globalizzazione sarebbe stato “pronto a subire ulteriori più complesse trasformazioni” ma “ al giorno d’oggi tale”  potenziale di sviluppo di tale mondo “verrebbe immediatamente divorato o assorbito (devoured or absorbed), il che non sarebbe potuto accadere prima…” della colonizzazione - globalizzazione.

 

       E’ interessante però entrare nello specifico per vedere come è successo che il potenziale di sviluppo del mondo precedente la globalizzazione sia stato divorato o assorbito dai Paesi sviluppati.

       Le cause fondamentali immediate sono due e cioè il differente livello di sviluppo culturale - tecnologico fra Paesi colonizzatori e Paesi colonizzati e la “fonte normativa” (cioè i Paesi che fanno le norme  con la connessa capacità di imporle). I Paesi colonizzatori hanno imposto la norma del loro sviluppo culturale - tecnologico.

       La prima concretizzazione dell’imposizione da parte dell’ Occidente (la maggior parte dei Paesi colonizzatori) della norma del loro sviluppo culturale – tecnologico è consistita nell’inaridimento, nei Paesi colonizzati, dell’artigianato (nel senso che dall’artigianato non sono sorte piccole industrie) e nella perdita delle prospettive di sviluppo.  Quando in un Paese si ha l’inaridimento dell’artigianato si perde il treno dello sviluppo, non si è più padroni di sé stessi e si è in balia dei Paesi più sviluppati.

      Questo pensieri di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, nella sua opera “La globalizzazione e i suoi oppositori “ sono illuminanti:

    ” Quando arrivano le aziende straniere, spesso distruggono la concorrenza locale e le ambizioni  dei piccoli imprenditori che avevano sperato di sviluppare un’attività. Gli esempi in  proposito non mancano. I produttori di bibite analcoliche di tutto il mondo sono stati travolti dall’arrivo di Coca-Cola e Pepsi sui loro mercati nazionali, e i produttori locali di gelati si rendono conto di non poter assolutamente competere con i prodotti Unilever” (2)

     “... le tribolazioni patite dai Paesi del terzo mondo nel processo di globalizzazione e sviluppo, così come è stato concertato dall’FMI e dalle organizzazioni economiche internazionali, sono state di gran lunga più gravi del necessario. La reazione violenta contro la globalizzazione ha tratto la propria forza non soltanto dal danno visibile arrecato ai paesi in via di sviluppo dalle politiche guidate dall’ideologia, ma anche dalle iniquità del sistema del commercio internazionale.”(3)

    “La globalizzazione e il passaggio ad una economia di mercato non hanno prodotto i risultati sperati né in Russia né nella maggior parte delle altre economie in fase di transizione. L’Occidente ha persuaso questi paesi che il nuovo sistema economico li avrebbe portati ad una prosperità senza precedenti. Senza precedenti, invece, è stata la povertà in cui sono sprofondati. Sotto molti aspetti, per gran parte della popolazione l’economia di mercato si è dimostrata addirittura peggiore di quanto avessero previsto i leader comunisti. Il contrasto fra la transizione della Russia, manovrata dalle istituzioni economiche internazionali, e quella della Cina, gestita invece internamente, non potrebbe essere più evidente: mentre nel 1990 il prodotto interno lordo (PIL) della Cina era pari al 60% di quello russo, alla fine del decennio le cifre si sono invertite. La povertà in Russia è dilagata, mentre in Cina è diminuita scendendo a livelli senza precedenti.”(4)

 

      Come si vede chiaramente dal confronto tra la transizione così come è avvenuta in Russia e così come è avvenuta in Cina, la differenza sta tutta nella provenienza della norma adottata: in Russia è stata imposta dall’esterno, dall’FMI e dalle organizzazioni economiche internazionali, mentre in Cina ha avuto origine interna e quindi è stata adeguata alla realtà cinese.

      La concretizzazione dell’imposizione da parte dell’Occidente della norma del suo sviluppo culturale – tecnologico è continuata fino al punto che adesso nelle fabbriche, nelle scuole, negli ospedali, nelle case, ecc dei Paesi ex colonizzati non c’è niente di tecnologicamente avanzato che sia prodotto in loco. Computer, stampanti, fotocopiatrici, autovetture, autocarri, macchine utensili, macchine agricole, telefoni, telefoni cellulari, televisori, radio, macchine fotografiche, ecc. sono importati dai Paesi sviluppati, dal cosiddetto Occidente (allargato al Giappone e a qualche altro Paese).

      Nella seconda parte di questo lavoro si esporrà la situazione relativamente alla provenienza dei prodotti a tecnologia avanzata consumati nei Paesi del Magreb e del Medio Oriente.

       Alle volte l’Occidente ammanta di umanitarismo l’imposizione a tutto il Mondo delle sue norme: è questo ciò che avviene con le campagne pubblicitarie contro il lavoro minorile nel terzo mondo quando alcuni Paesi del terzo mondo cominciano a fare concorrenza all’Occidente nella produzione di biancheria, di articoli di pelletteria, di scarpe sportive, di palloni di foot ball, ecc. E’ da pensare che quando ciò non basterà l’Occidente ricorrerà ad altre motivazioni, come per es. l’orario di lavoro, i sistemi di sicurezza in fabbrica, ecc. L’Occidente vuole che tutto sia a propria immagine e somiglianza, cioè che i suoi valori siano i valori di tutti, che, per esempio, in tutto il mondo ci siano le stesse condizioni di lavoro esistenti nell’Occidente ( assenza di lavoro minorile, orario di lavoro, sistemi di sicurezza sui luoghi di lavoro, giorni di riposo, ecc.). L’Occidente vuole che tutto il mondo sia a proprio immagine e somiglianza però senza esagerare: solamente quando ciò non contrasti con i suoi interessi.

 

       La globalizzazione è anche globalizzazione dei costumi. Il turismo, internet, l’emigrazione, le stazioni televisive che si riescono a captare anche in Paesi   diversi, , ecc. hanno portato alla “conoscenza”, all’incontro-scontro di costumi familiari, sessuali, culturali in genere, molto diversi  dai propri. Ciò porta nei Paesi che non fanno parte del mondo occidentale a forti tensioni psicologiche – culturali perché quei costumi non sono adeguati alla loro realtà. Per certi versi questi aspetti sono visti più traumatici e pericolosi, che non la semplice contrapposizione economica fra diverse realtà  geo-politiche, perché investono la delicata sfera psico-emozionale e interpersonale dell’uomo, Anche in questo caso il mondo occidentale impone al resto del mondo i modi e i tempi del suo sviluppo culturale.

 

 

 

     Le cause del terrorismo

 

       Quando si assiste ai dibattiti televisivi in cui si tratta del terrorismo cosiddetto islamico si nota lo scontro fra l’interpretazione del terrorismo come reazione, da parte dei paesi poveri, alla enorme ricchezza e spreco di ricchezza da parte dei Paesi occidentali e  quella (che non è una interpretazione ma solo una critica alla validità dell’interpretazione suddetta) per cui i terroristi (o almeno i loro capi) sono persone ricche o molto ricche.

       La causa del terrorismo non è la povertà dei paesi da cui provengono i terroristi ma la mancanza di prospettive di sviluppo e la prospettiva che la situazione futura possa peggiorare ancora di più. L’artigianato “fisiologico” (intendendo con tale neologismo quell’artigianato che per una serie di motivi è strettamente legato alla realtà locale per cui esiste anche nelle realtà più povere) non è più fecondo, si è inaridito, non darà origine a piccole, medie e poi grandi industrie. Le sue potenzialità sono state divorate e assorbite (“devoured or absorbed” avrebbe detto Darwin) da realtà più forti e già esistenti. Queste spiegazioni però sono valide solamente in una situazione di globalizzazione.

       I paesi da cui provengono i terroristi (e cioè i Paesi del Magreb e del Medio Oriente) sono Paesi che hanno, dove più , dove meno, un accettabile tenore di vita. Questo tenore di vita, però, è dovuto soprattutto  alle risorse provenienti dalla vendita del petrolio e del gas naturale: ma se le riserve di petrolio e di gas naturale si assottiglieranno sempre più ( secondo molti esperti il picco di produzione per il petrolio è previsto nel 2010 e del gas naturale nel 2025) e se da qui a dieci - quindici anni si riusciranno a ridurre o ad eliminare i problemi tecnico-economici  relativi alla produzione dell’idrogeno con utilizzo di  fonti energetiche rinnovabili, al suo immagazzinamento e trasporto e alle modalità di utilizzo tramite le celle a combustibile, allora questi Paesi piomberanno nella miseria più nera. Non è necessario che l’idrogeno abbia una enorme  diffusione, ma che eroda qualche punto percentuale del consumo di petrolio affinché  i giochi siano fatti. Non è neppure necessario che la produzione di petrolio sia alta ma che si vada oltre il picco di produzione affinché si inneschi una dinamica socio-economica-politica e militare incontrollabile che sicuramente non porterà bene ai Paesi in questione. Un’ulteriore forza che potrà portare ad una accelerazione di questa dinamica è rappresentata dalle preoccupazioni  ambientali: se i cambiamenti climatici dovuti all’effetto serra provocato dal biossido di carbonio ( prodotto a sua volta dall’utilizzo dei combustibili fossili per la produzione di energia) si faranno più evidenti allora ci sarà sempre più una riduzione dell’utilizzo dei combustibili fossili e una diminuzione del tenore di vita dei Paesi del Magreb e del Medio Oriente.

 Nella seconda parte di questo lavoro sarà esposta la situazione relativamente alle riserve energetiche e alla prospettiva di utilizzo dell’idrogeno.

 

 

    Gli obiettivi del terrorismo

 

     Quali sono, a fronte di ciò che è stato detto, gli obiettivi del terrorismo?

L’antropologia strutturale di cui Claude Levi-strauss è il principale esponente se non il fondatore dice che il comportamento umano segue delle regole inconsce che sono fisse nel tempo. Le vicende storiche non sono altro che il risultato delle applicazioni di queste regole.

       Gli obiettivi del terrorismo consistono nella creazione, finché si è in tempo, di una frattura col mondo occidentale, nel raggiungimento dell’indipendenza socio-economica-politica e culturale e quindi nella creazione di una realtà con una “fonte normativa” interna. Solo in questo modo si creerebbe una realtà feconda, “pronta a subire ulteriori e più complesse trasformazioni” (avrebbe detto Charles Darwin) e che non corra il rischi di essere divorata o assorbita da una realtà già costituita e più forte.

       Ma qual è la motivazione più profonda che spinge il terrorismo cosiddetto islamico nella sua azione? La motivazione più profonda è il desiderio, la volontà di ogni cultura, di ogni nazione, di ogni etnia, ecc. , di essere padroni del proprio destino, di stabilire in prima persona i tempi e i modi del proprio sviluppo socio - economico e culturale, di non essere in balia di interessi esterni alla propria cultura, alla propria nazione, etnia, ecc. Fino a quando le condizioni di vita delle popolazioni del Magreb e del Medio Oriente dipenderanno dalla vendita del petrolio e del gas naturale e dall’importazione di tutti o quasi tutti i beni a tecnologia avanzata, il loro destino non sarà nelle loro mani ma in quelle del Mondo Occidentale  sviluppato.

       In questo modo viene riproposto in forme nuove quanto già avvenuto con le rivoluzioni socialiste: la possibilità dello sviluppo delle forze produttive con la creazione di realtà con norme diverse da quelle del mondo ad economia di mercato ( per meglio dire del mondo occidentale) e che si basi sostanzialmente sull’autarchia.  Di sfuggita si aggiunge che le rivoluzioni socialiste hanno avuto come funzione predominante la creazione di sviluppo in realtà che sarebbero state tagliate fuori dallo sviluppo capitalistico ma che i movimenti che hanno fatto le rivoluzioni e le realtà che sono venute fuori da quelle rivoluzioni, per tutta una serie di motivazioni, hanno assunto caratteri (per esempio l’ateismo, la generalizzazione delle loro condizioni per cui la loro rivoluzione avrebbe dovuto riguardare tutte le realtà, una fortissima repressione interna, ecc  ) che bisogna comunque  spiegare ma che non rientra negli obiettivi di questo lavoro. 

 

      Una proposta di soluzione

 

     Prima di esporre delle proposte di soluzione ai problemi posti è necessario chiarire le funzioni di questo lavoro.

 

      Questo lavoro è da vedersi come la presa di coscienza dei problemi esistenti perché solamente in questo modo è possibile fare delle scelte coerenti. Ognuno metterà in campo le proprie posizioni, i propri interessi, al di fuori di ogni moralismo. La politica migliore è quella che risolve i problemi: nella storia non si fanno sconti in nome di principi morali né esistono esiti scontati. Se il terrorismo si risolve con operazioni di polizia oppure con una guerra allora significa che queste sono le  soluzioni migliori; ma qui si parte dal presupposto che queste non sono le soluzioni migliori, anzi che queste non sono le soluzioni. Diceva un filosofo tedesco, G. W. F. Hegel, (vado a memoria) che non ci sarà amore fra gli uomini se non dopo che saranno percorsi tutti i gradi del reciproco estraniarsi che si esprimono nelle diverse forme e gradazioni dei rapporti sociali di dominio, se non dopo che ogni gruppo umano avrà messo in campo tutte le sue capacità per distruggere gli altri al fine di conservare se stesso.

        A questo punto bisogna chiedersi: quali e quanti sono i gradi del reciproco estraniarsi? A cosa si farà ricorso per distruggere gli altri?

       Penso che non ci siano risposte a questi interrogativi ma che una lezione si possa trarre da queste considerazioni: la storia non fa sconti in nome di principi morali, che non ci sono colpi proibiti e che gli esiti non sono scontati.         

       

       In questo paragrafo si esporranno delle soluzioni politiche al problema del terrorismo.

       Se le cause sono quelle indicate allora l’eliminazione del terrorismo si ottiene creando condizioni di vero sviluppo. Come si possono raggiungere queste condizioni di vero sviluppo nei Paesi del Magreb e del Medio Oriente? Quali politiche fare?

     Cerchiamo di indicare le possibili cose da fare:

1)      nei rapporti economici internazionali creare una situazione di autarchia flessibile, sia dal punto di vista economico (gli scambi commerciali con gli altri Paesi devono essere in vista dello sviluppo interno) che dal punto di vista culturale;

2)      finanziare l’istruzione con particolare riguardo alla formazione professionale in modo da eliminare le condizioni che hanno portato all’inaridimento dell’artigianato;

3)      fare in modo che  buona parte dei prodotti tecnologicamente avanzati che viene consumato in un dato Paese sia progettato e prodotto nello stesso Paese e soprattutto che una discreta parte della produzione dei componenti necessari per i prodotti suddetti sia progettata e realizzata nel Paese in cui questi vengono consumati.

4)      Fare in modo che i Paesi Sviluppati eliminino le barriere protettive dei loro prodotti nei confronti di quelli provenienti da altri Paesi.

   

          Le soluzioni sinteticamente indicate sono molto semplici ma sono difficili da raggiungere per il semplice motivo che ciò avrà delle ripercussioni sul Mondo Occidentale e sul suo modo di vita. Quelle soluzioni comporteranno delle modifiche nel tenore di vita della popolazione del Mondo Occidentale nel senso di un abbassamento dei consumi o quanto meno di un rallentamento del loro tasso di crescita. Ma la conseguenza più importante non sarà quanto ora detto ma il fatto che le scelte non saranno fatte solamente dal Mondo Occidentale ma che anche altre realtà avranno voce in capitolo

        Le soluzioni indicate sono difficili da raggiungere anche perché sarà necessario  un cambiamento nelle strutture politiche dei Paesi del Magreb e del Medio Oriente. Saranno infatti necessarie nuove strutture politiche e nuove classi politiche, che esprimano le esigenze di sviluppo di questi Paesi e che guidino questo processo. L’occupazione dell’Iraq da parte dell’Occidente è da vedersi come il tentativo dell’Occidente stesso di impedire questo cambiamento nelle strutture e nelle classi politiche dei paesi del Magreb e del Medio Oriente.

        E’ difficile fare una previsione sugli sviluppi di questa situazione  e si fa l’ipotesi che se queste  difficoltà persisteranno per molto tempo il terrorismo sarà un fenomeno di lunga durata.

 

 

La cultura occidentale, l’Islam e il pensiero selvaggio

 

         Il concetto di ‘pensiero selvaggio’ di Claude Levi-Strauss farà da filo conduttore di questa seconda metà della prima parte di questa analisi. Il “pensiero selvaggio che non è, per noi, il pensiero dei selvaggi, né quello di un’umanità primitiva o arcaica, bensì il pensiero allo stato selvaggio, distinto dal pensiero educato o coltivato proprio in vista di un rendimento”. (20)

        Quasi sempre il terrorismo in questione è stato collegato all’Islam: si parla di terrorismo islamico ma con più precisione si parla di terrorismo “cosiddetto” islamico per indicare la forzatura del collegamento.

         Viene riportata una citazione per iniziare l’analisi.

         “La religione islamica si regge, in definitiva, su cinque principi distintivi detti ‘pilastri della fede ’. In primo luogo sulla shahada, professione della fede, iman, che si riassume nel detto: ’Non c’è altro Dio fuori di Allah e Maometto è il suo inviato’. In secondo luogo sulla preghiera rituale (salat) cui prendono parte, tutti assieme, in un medesimo luogo e in medesima predisposizione d’animo, i fedeli, obbligatoria in cinque momenti della giornata: all’alba, a mezzogiorno, prima e dopo il tramonto, e a notte fonda. In terzo luogo viene il pellegrinaggio alla Mecca nella Casa di Allah, cui debbono partecipare i credenti almeno una volta nella loro vita. Il digiuno, ramadan, concepito come   un equilibrato rapporto tra corpo e anima, rappresenta il quarto pilastro. Seguito da quello dell’elemosina legale (zakat), ricavata dal superfluo tratto dalle risorse dei fedeli, da destinare ad una cassa comune per venire incontro alle esigenze dei più poveri e per coprire le spese della comunità.

       A questi cinque ‘pilastri’ se ne aggiunse nel tempo un sesto, quello della gihad, la ‘guerra santa ’, da combattere per affermare con la forza delle armi il dettato coranico e la ummah (19), nei confronti delle minacce da parte  di altre confessioni o potentati avversi.

       Il principio della gihad, che si manifesta già nella storia – sotto questo profilo, esemplare - della vita del Profeta, andò acquistando un peso sempre più rilevante dopo la sua morte e nel corso dei secoli successivi, fino all’età contemporanea.” (18)

       Sia detto incidentalmente, penso che espressioni simili si trovino in tutte e tre le religioni del libro, cioè nell’Ebraismo, nel Cristianesimo e nell’Islam (  per es. nella Bibbia, Antico testamento, Deuteronio 7, 1-4, edizione CEI/Gerusalemme sta scritto: 1 Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni: gli Hittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e potenti di te, 2 quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia. 3 Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, 4 perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l’ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe.).

       Nonostante quanto sopra detto, in  questo paragrafo si vuole dimostrare che non c’è nessuna relazione sostanziale fra religione islamica e terrorismo ma che l’uso della religione islamica è solamente strumentale al raggiungimento di una frattura fra le due diverse realtà, il Mondo Occidentale e sviluppato da una parte e il Magreb e il Medio Oriente dall’altra. L’analisi non è facile perché il fenomeno del terrorismo è sicuramente multi-fattoriale e soprattutto perché conosco poco sia la religione islamica che il pensiero di Claude Levi-Strauss a cui mi rifaccio per spiegare il collegamento fra terrorismo e Islam.

      

     

        Si aggiunge e si sottolinea che in questo paragrafo non si vuole dare nessun giudizio di valore sulla religione islamica perché ciò esula dall’obiettivo di questo lavoro.

 

    

 

a)    L’Islam, la scienza primaria e il bricolage

 

       Ma quali sono i meccanismi culturali che hanno portato i Paesi del Magreb e del Medio Oriente (e il terrorismo come espressione di questa realtà) a scegliere la religione islamica per contrapporsi al Mondo Occidentale? Quale rapporto esiste fra queste realtà e la religione islamica e fra la religione islamica e la cultura occidentale? Il rapporto è un rapporto sostanziale oppure la motivazione è un’altra?

       Ma vediamo le varie fasi che hanno portato la realtà socio-economico-culturale del Magreb e del Medio Oriente a scegliere la religione islamica per contrapporsi alla cultura del mondo occidentale: vediamo cioè come ha operato in questo contesto quello che Claude Levi-Strauss definisce ‘pensiero selvaggio’. La realtà socio-economico-culturale del Magreb e del Medio Oriente che si esprime attraverso il terrorismo e che vuole creare una frattura col Mondo Occidentale, perché solamente così sarà possibile creare una realtà ricca e feconda di positive trasformazioni, ha preso coscienza di non avere strumenti adatti e concepiti espressamente per il suo progetto (che è appunto quello di creare una frattura con il mondo occidentale ) ed ha cercato in quanto già possiede, cioè nella sua storia, nella sua cultura, gli strumenti per contrapporsi al Mondo Occidentale,  ha  fatto l’inventario di ciò che è in suo possesso  prima di scegliere quanto di più adatto per risolvere il problema che viene posto, ha scelto però qualcosa che possiede già un senso originale, nata per altre motivazioni e che per questo ne ridurrà la libertà di impiego: la scelta è caduta sulla religione islamica.

       Adesso è il caso di spiegare l’accostamento fra il terrorismo in questione e l’Islam. E’ il caso di fare parlare Levi-Strauss riportando alcune citazioni della sua opera “Il pensiero selvaggio”.

      Cominciamo da dove parla de “l’esistenza di due diverse forme di pensiero scientifico, funzioni certamente non di due fasi diseguali dello sviluppo dello spirito umano, ma dei due livelli strategici in cui la natura si lascia aggredire dalla conoscenza scientifica: l’uno approssimativamente adeguato a quello della percezione e dell’intuizione, l’altro spostato di piano; come se i rapporti necessari che costituiscono l’oggetto di ogni scienza,  neolitica o moderna che sia, fossero raggiungibili attraverso due diverse strade, l’una prossima alla intuizione sensibile, l’altra più discosta.

      Qualsiasi ordinamento è sempre superiore al caos; anche una classificazione elaborata a livello delle proprietà sensibili è una tappa verso un ordine razionale.  Se si dovesse classificare una raccolta di frutti vari in ordine alla relativa pesantezza dei corpi, si comincerebbe a buon diritto col separare le pere dalle mele, benché la forma, il sapore e il colore non abbiano alcun rapporto col peso e col volume: riunite assieme, le mele più grosse si distinguono dalle meno grosse più facilmente che mescolate con frutti di diverso aspetto. Si comprende come già da questo esempio come, anche a livello della percezione estetica, la classificazione abbia un suo valore.

       D’altronde, benché non vi sia nessuna connessione necessaria tra le qualità sensibili e le proprietà, esiste, almeno in un gran numero di casi, un rapporto di fatto; la generalizzazione di questo rapporto, anche se privo di fondamento nella ragione, può costituire, per lunghi periodi, una operazione praticamente e teoricamente redditizia. Non tutte le sostanze tossiche sono amare o danno bruciore, e lo stesso vale reciprocamente; eppure la natura è tale che è più proficuo per il pensiero e per l’azione procedere come se ad una equivalenza capace di soddisfare il sentimento estetico corrispondesse anche una realtà oggettiva. Esula dal nostro compito ricercare il perché di questo fatto, ma è probabile che certe specie che presentano caratteristiche più nette di forma, colore, od odore, schiudano all’osservatore quello che si potrebbe chiamare il droit de suite: il diritto cioè di postulare che queste caratteristiche visibili siano il segno di proprietà altrettanto specifiche, ma celate. Ammettere che il rapporto fra i due sia anch’esso sensibile ( che un seme a forma di dente preservi dai morsi del serpente, che un succo giallo sia un farmaco per malattie biliari, ecc.) vale, a titolo provvisorio, più della noncuranza verso ogni connessione: la classificazione, anche se eteroclita e arbitraria, salvaguardia la ricchezza e la varietà di voci dell’inventario; stabilendo che bisogna tener conto di tutto, facilita il costituirsi di una ‘memoria’.” (5)

      “Proprio per sua essenza, questa scienza del concreto doveva limitarsi a risultati diversi da quelli destinati alle scienze esatte e naturali, ma non per questo essa fu meno scientifica e i suoi risultati meno reali: questi ultimi anzi, impostisi diecimila anni prima degli altri,  rimangono ancora e sempre il sostrato della nostra civiltà.

     D’altronde, sopravvive fra noi una forma di attività che, sul piano tecnico, ci consente di renderci conto abbastanza bene delle caratteristiche, sul piano speculativo, di una scienza che preferiamo chiamare ’primaria’ anziché primitiva: questa forma è di solito designata col termine bricolage. ………. Oggi per bricoleur s’intende chi esegue un lavoro con le proprie mani, utilizzando mezzi diversi rispetto a quelli usati dall’uomo di mestiere. Ora, la peculiarità del pensiero mitico sta proprio nell’esprimersi attraverso un repertorio dalla composizione eteroclita che, per quanto esteso, resta tuttavia limitato: eppure di questo repertorio non può fare a meno di servirsi, perché non ha niente altro tra le mani. Il pensiero mitico appare così come una sorta di bricolage intellettuale, il che spiega le relazioni che si riscontrano tra i due. Come il bricolage sul piano tecnico, la riflessione mitica può ottenere sul piano intellettuale risultati veramente pregevoli e imprevedibili;…

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      Vale la pena di approfondire ulteriormente questo paragone, perché ci facilita l’accesso ai rapporti reali esistenti fra i due tipi di conoscenza scientifica che abbiamo ora distinti. Il bricoleur è capace di eseguire un gran numero di compiti differenziati, ma, diversamente dall’ingegnere, egli non li subordina al possesso di materie prime e di arnesi, concepiti e procurati espressamente per la realizzazione del suo progetto: il suo universo strumentale è chiuso, e, per lui, la regola del gioco consiste nell’adattarsi sempre all’equipaggiamento di cui dispone, cioè a un insieme via via ‘finito’ di arnesi e di materiali, peraltro eterocliti, dato che la composizione di questo insieme non è in rapporto col progetto del momento, né d’altronde con nessun progetto particolare, ma è il risultato contingente di tutte le occasioni che si sono presentate  di rinnovare o di arricchire lo stock o di conservarlo con i residui di costruzioni e di distruzioni antecedenti. L’insieme dei mezzi del bricoleur non è quindi definibile in base a un progetto (la qual cosa presupporrebbe, almeno in teoria, l’esistenza di tanti complessi strumentali quanti sono i generi di progetto, come accade all’ingegnere); esso si definisce solamente  in base alla sua strumentalità, cioè, detto in altre parole e adoperando lo stesso linguaggio del bricoleur, perché gli elementi sono raccolti o conservati in virtù del principio che ‘ possono sempre servire ’. Simili elementi sono dunque  specificati solo a metà: abbastanza perché il bricoleur non abbia bisogno dell’assortimento di mezzi e di conoscenze di tutte le categorie professionali, ma non tanto perché ciascun elemento sia vincolato ad un impiego esattamente determinato. Ogni elemento rappresenta un insieme di relazioni al tempo stesso concrete e virtuali: è un operatore, ma utilizzabile per una qualsiasi operazione in seno a un tipo.

     Lo stesso avviene per gli elementi della riflessione mitica che si situano sempre a metà strada tra i percetti e i concetti.

………..

     Il segno è un essere concreto quanto l’immagine, ma somiglia al concetto per il suo potere referenziale: sia l’uno che l’altro non sono relativi esclusivamente a se stessi, ma possono fare le veci di qualcosa d’altro. Il concetto possiede però, per questo rispetto, una capacità illimitata, mentre quella del segno è limitata. La differenza e la somiglianza risultano chiaramente dall’esempio del bricoleur. Osserviamolo all’opera: per quanto infervorato dal suo progetto, il suo modo pratico di procedere è inizialmente retrospettivo: egli deve rivolgersi verso un insieme già costituito di utensili e di materiali, farne e rifarne l’inventario, e infine, soprattutto, impegnare con essa una sorta di dialogo per inventariare, prima di sceglierne una, tutte le risposte che l’insieme può offrire al problema che gli viene posto. Egli interroga tutti quegli oggetti eterocliti che costituiscono il suo tesoro, per comprendere ciò che ognuno di essi potrebbe ‘significare’, contribuendo così alla definizione di un insieme da realizzare che alla fine, però, non differirà dall’insieme strumentale se non per la disposizione interna delle parti. Quel blocco cubico di quercia potrebbe servire da bietta per rimediare all’insufficienza di un asse di abete, oppure da piedistallo, cosa che permetterebbe di valorizzare la venatura  e la levigatezza del vecchio legno. In un caso sarà estensione, nell'altro materia. Ma queste possibilità vengono sempre limitate dalla storia particolare di ciascun pezzo e da quanto sussiste in esso di determinato, dovuto all’uso originale per cui era stato preparato o agli adattamenti subiti in previsioni di altri usi. Come le unità costruttive del mito, le cui possibilità di combinazione sono limitate dal fatto di essere ricavate da una lingua dove possiedono di già un senso che ne riduce la libertà di impiego, gli elementi che il bricoleur raccoglie e utilizza sono ‘ previncolati ’. D’altra parte la decisione dipenderà dalla possibilità di permutare un altro elemento nella funzione vacante, così che ogni scelta trarrà seco una riorganizzazione completa della struttura che non sarà mai identica a quella vagamente immaginata né ad altra che avrebbe potuto esserle preferita.

     In certo qual modo anche l’ingegnere interroga, poiché anche per lui esiste un ‘interlocutore’ , determinato dal fatto che i mezzi, le capacità e le conoscenze in suo possesso non sono mai illimitati , e che, in questa forma negativa, egli urta contro una resistenza con la quale gli è indispensabile venire a patti. Si potrebbe essere tentati di dire  che l’igegnere interroga l’universo, mentre il bricoleur si rivolge a una raccolta di residui di opere umane , cioè a un insieme culturale di sottordine.

      …la caratteristica del pensiero mitico, come del bricolage sul piano pratico, è di elaborare insiemi strutturati, non direttamente per mezzo di altri insiemi strutturati, ma utilizzando residui e frammenti di eventi….

Il pensiero mitico, da vero bricoleur, elabora strutture combinando insieme eventi, o piuttosto residui di eventi, mentre la scienza, che ‘cammina’ in quanto si instaura , crea, sotto forma di eventi, i suoi strumenti e i suoi risultati, grazie alle strutture che fabbrica senza posa e che sono le sue ipotesi e le sue teorie. Ma non equivochiamo: non si tratta di due stadi o di due fasi dell’evoluzione del sapere, poiché i due modi di procedere sono ugualmente validi.”(6)

 

       Qual è il significato di queste citazioni di Claude Levi-Strauss al fine della spiegazione dell’accostamento fra terrorismo e Islam e dell’uso della religione islamica?  Si vuole dire in poche parole che la realtà culturale del Magreb e del Medio Oriente (e il terrorismo come sua espressione) ha l’obiettivo di contrapporsi al mondo e alla cultura occidentale, perché solamente in questo modo potrà avere delle possibilità di svilupparsi e non correre il rischio di piombare nella miseria più nera quando verranno meno le risorse provenienti dalla vendita del petrolio e del gas naturale; questa realtà  non ha però ancora gli strumenti adatti e concepiti espressamente per raggiungere questo obiettivo, fa un continuo inventario di ciò che possiede, cerca quindi nella sua storia, nella sua cultura, in ciò quindi che già possiede, gli strumenti più adatti per risolvere il problema che viene posto, utilizza in modo strumentale ciò che è nel suo repertorio, nel suo inventario, per contrapporsi all’Occidente sviluppato; alla fine ha trovato qualcosa che però già possiede un senso originale, nata per altre motivazioni e che questo motivo ne ridurrà la libertà di impiego: e nel suo inventario c’è la religione islamica.

       Ma qui viene fatta l’ipotesi che questa operazione, la scelta cioè della religione islamica per contrapporsi alla cultura occidentale, sia da vedersi come prima fase del processo di frattura col mondo occidentale, che quindi si è limitata a raggiungere risultati diversi, anche se propedeutici, da quelli che saranno raggiunti con  una cosciente analisi storico-politica della realtà e con la creazione di strumenti adeguati per raggiungere l’obiettivo della creazione di una realtà feconda di sviluppo. Viene fatta quindi anche l’ipotesi che la prima forma di pensiero sia, in relazione al rapporto con un determinato evento, cronologicamente precedente alla seconda e che sia ad essa propedeutica, così come quanto mi pare dica Levi-Strauss che dà autonomia a queste due forme di pensiero ma dice pure che esse coesistono e si compenetrano.

 

      Ma qual’ è il modo, con quali meccanismi culturali, avviene la contrapposizione fra Mondo Occidentale e sviluppato da una parte e Magreb e Medio Oriente dall’altra attraverso la contrapposizione fra la religione islamica e la cultura occidentale? Avviene nel senso che la realtà del Magreb e del Medio Oriente (e il terrorismo come sua espressione) usa la religione islamica come una istituzione totemica.

     Questo sarà l’oggetto della seconda parte di questo paragrafo.

 

b)    L’Islam e la logica delle istituzioni totemiche

 

       I totem (specie vegetali e soprattutto animali) che danno il nome ai clan di molte popolazioni viventi allo stato primitivo (per es. clan dell’aquila, clan dell’orso, ecc) sono da vedersi, nelle differenze che le caratterizzano (le differenze cioè fra le caratteristiche fisico-comportamentali fra l’aquila e l’orso, ecc.), come dei codici che servono a comprendere la realtà più propriamente umana con l’introduzione in quest’ultima di interruzioni e contrasti (cioè di differenze) che sono le condizioni formali di un messaggio significante. Si utilizzano le caratteristiche fisico-comportamerntali delle specie totemiche e le differenze fra di esse per comprendere e marcare i caratteri, le differenze, i contrasti esistenti a livello della realtà umana. Solamente marcando le differenze fra i vari clan sono possibili i rapporti fra di loro come per esempio lo scambio delle donne, e alle volte degli uomini, fra i clan, nell’ambito dell’osservanza del tabù dell’incesto.

       La cultura occidentale e l’Islam, nella misura in cui vengono viste in contrasto (si parla di scontro di civiltà), verrebbero utilizzati (da parte di chi contrappone la cultura occidentale e l’Islam) come istituzioni totemiche, nel senso che gli scarti differenziali (cioè le differenze) esistenti al livello delle due culture servirebbero solamente per marcare gli scarti differenziali (cioè le differenze) delle diverse situazioni socio-economiche-culturali dell’Occidente da una parte  e del Magreb e del Medio Oriente dall’altra e di garantirne la convertibilità ideale.

       Adesso verranno riportate alcune citazioni di Claude Levi-Strauss per cercare di rendere comprensibile ciò che è stato detto.

      ”…le logiche pratico-teoriche che regolano la vita e il pensiero delle cosiddette società primitive sono mosse dall’esigenza di scarti differenziali. Questa esigenza, già evidente nei miti originari delle istituzioni totemiche….si fa sentire anche sul piano dell’attività tecnica, protesa verso risultati che portino il sigillo della durata e della discontinuità. Quello che più conta sia sul piano speculativo sia sul piano pratico, non è tanto il contenuto, quanto l’evidenza di questi scarti, che formano, per il semplice fatto di esistere, un sistema da usare come cifrario per la comprensione di un testo reso, dalla sua iniziale inintelleggibilità, simile a un flusso indistinto, e nel quale il cifrario introduce appunto interruzioni e contrasti, vale a dire le condizioni formali di un messaggio significante

. …..qualunque sistema di scarti differenziali – in quanto possiede carattere di sistema – consente l’organizzazione di una materia sociologica elaborata  dall’evoluzione storica e demografica e composta di una serie teoricamente illimitata di contenuti diversi.

      Il principio logico è di poter sempre opporre dei termini, che un impoverimento preliminare della totalità empirica permette di concepire come distinti. Come opporre, è un problema importante, rispetto a questa esigenza fondamentale, ma da prendersi in considerazione in seguito. In altre parole i sistema di denominazione e classificazione, che sono comunemente chiamati totemici, derivano il loro valore operativo dal loro carattere formale: sono specie di codici atti a fare da tramite a messaggi convertibili nei termini di altri codici e ad esprimere nel proprio sistema i messaggi ricevuti attraverso il canale di codici differenti. L’errore degli etnologi classici è stato di voler reificare questa forma, di vincolarla a un  contenuto determinato, quando invece essa si presenta all’osservatore come un metodo per assimilare ogni specie di contenuto. Lungi dall’essere una istituzione autonoma, definibile in base a caratteristiche intrinseche, il totemismo, o quello che passa per tale, corrisponde a certe modalità arbitrariamente isolate di un sistema formale, la cui funzione è di garantire la convertibilità ideale dei diversi livelli della realtà sociale”. (7)

      “Come abbiamo già suggerito, le nozioni e le credenze di tipo ‘totemico’ meritano attenzione soprattutto perché costituiscono, per le società che le hanno elaborate e adottate , una sorta di codici che permettono, nella forma di sistemi concettuali, di assicurare la convertibilità dei  messaggi propri di ciascun livello, fossero pure lontani gli uni dagli altri come quelli che dipendono esclusivamente, a quanto sembra, dalla cultura e dalla società, vale a dire da rapporti degli uomini tra loro, oppure da manifestazioni di ordine tecnico ed economico che sembrano piuttosto riguardare i rapporti dell’uomo con la natura.” (8)

      “ In un altro lavoro…, abbiamo insistito su una caratteristica fondamentale ai nostri occhi, delle istituzioni che sono chiamate totemiche: esse fanno appello a un’omologia ma non tra gruppi sociali e specie naturali bensì tra le differenze che si manifestano da una parte a livello dei gruppi, dall’altro a livello delle specie. Queste istituzioni si reggono dunque sul postulato di una omologia tra due sistemi di differenze, situati, l’uno nella natura , l’altro nella cultura.” (9)

      “Abbiamo già stabilito che le credenze e le usanze eterogenee, arbitrariamente raccolte sotto l’etichetta di totemismo, non si basano sull’idea di un rapporto sostanziale tra uno o più gruppi sociali e uno o più regni naturali. Esse si ricollegano ad altre credenze e ad altre pratiche, direttamente o indirettamente connesse a schemi classificatori che permettono di cogliere l’universo nella forma di totalità organizzata.” (10)

      “ …la diversità delle specie fornisce all’uomo la più intuitiva delle immagini di cui possa disporre, e costituisce la più diretta manifestazione che egli riesca a cogliere della discontinuità ultima del reale: è l’espressione sensibile di un codice oggettivo.” (11)

      “ Certamente Comte assegna ad un dato periodo storico – le età del feticismo e del politeismo – questo ‘pensiero selvaggio ‘che non è, per noi, il pensiero dei selvaggi, né quello di un’umanità primitiva o arcaica, bensì il pensiero allo stato selvaggio, distinto dal pensiero educato o coltivato proprio in vista di un rendimento. Questo tipo di pensiero ha fatto la sua apparizione in certi punti del globo e in certi momenti storici, ed è naturale che Comte, privo di informazioni etnografiche (e del senso etnografico che si acquisisce soltanto raccogliendo e  trattando questo genere di informazioni), abbia colto il primo nella sua forma retrospettiva, come un tipo di attività mentale anteriore al secondo. Oggi siamo in grado di capire meglio come entrambi possano coesistere e compenetrarsi, così come possano coesistere e incrociarsi( almeno in linea di diritto) le specie naturali, tanto quelle rimaste allo stato selvatico quanto quelle che sono state trasformate dall’agricoltura e dall’addomesticamento, benché – per il fatto stesso dello sviluppo e delle condizioni generale che questo richiede – l’esistenza delle seconde  minacci di far estinguere le prime. Ma, che lo si deplori o che ci si rallegri, esistono ancora alcune zone in cui il pensiero selvaggio si trova, come le specie selvatiche, relativamente protetto: è il caso dell’arte, cui la nostra civiltà accorda lo statuto di parco nazionale con tutti i vantaggi e gli inconvenienti che comporta una formula tanto artificiale; e soprattutto è il caso di tanti settori della vita sociale ancora incolti ove, per indifferenza o per impotenza, e senza che il più delle volte sappiamo il perché, il pensiero selvaggio continua a prosperare.” (12) 

    “Il pensiero selvaggio non distingue il momento dell’ossevazione da quello dell’interpretazione, così come non si registrano prima, osservandoli, i segni emessi da un interlocutore per cercare di comprenderli dopo: l’emissione sensibile produce immediatamente il suo significato.” (13)

     “ Il totemismo si fonda fra un’omologia postulata tra due serie parallele – quella delle specie naturali e quelle dei gruppi sociali – i cui rispettivi termini, non dimentichiamolo, non si assomigliano a due a due; soltanto la relazione globale tra le serie è omomorfica: correlazione formale tra due serie di differenze, ognuno dei quali costituisce un polo di opposizione.” (14)

      “ Le classificazioni totemiche  hanno un doppio fondamento oggettivo: le specie naturali esistono veramente ed esistono proprio in forma di una serie discontinua; dal canto loro i segmenti sociali esistono anch’essi. Il totemismo, o ciò che viene così definito, si limita a immaginare un’omologia di struttura tra le due serie, ipotesi perfettamente legittima poiché i segmenti sociali sono espressamente creati ed è in potere di ogni società rendere plausibile l’ipotesi conformando ad essa le sue norme e le sue rappresentazioni.” (15)

    “ In un altro lavoro abbiamo brevemente rievocato i miti di origine delle istituzioni che vengono chiamate totemiche e abbiamo dimostrato che, anche in paesi lontani, e nonostante le varietà di contenuto, questi miti ci trasmettono lo stesso insegnamento e cioè:  1) queste istituzioni si fondano su una corrispondenza globale tra due serie, non su corrispondenze particolari tra i loro termini; 2) tale corrispondenza è metaforica, non metonimica; 3) essa infine si manifesta solo che dopo che ogni serie è stata precedentemente impoverita da una soppressione di elementi, in modo che la loro discontinuità interna risalti più nettamente.” (16)

     “ Esiste…..una specie di antipatia fondamentale tra la storia e  i sistemi di classificazione. Questo spiega forse quello che potrebbe essere chiamato il ‘vuoto totemico’, poiché tutto ciò che potrebbe, anche allo stato di vestigia, ricordare il totemismo, sembra stranamente assente nell’area delle grandi civiltà dell’Europa e dell’Asia. La ragione sta nel fatto che queste civiltà hanno scelto di spiegarsi a se stesse attraverso la storia e che questa impresa è incompatibile con quella che classifica le cose e gli esseri (naturali e sociali) mediante gruppi finiti. Le classificazioni totemiche suddividono i loro gruppi in una serie originale ed una  serie derivata: questa comprende i gruppi umani nel loro aspetto culturale, l’altra le specie zoologiche e botaniche nel loro aspetto soprannaturale, con una asserita priorità di esistenza nei confronti della prima serie che in qualche modo ha generato. Tuttavia la serie originale continua a vivere nella diacronia attraverso le specie animali e vegetali, parallelamente alla serie umana. Le due serie esistono nel tempo,  ma fruiscono di un regime atemporale poiché, reali entrambe , avanzano insieme nel tempo, restando uguali a quelle che erano al momento della loro separazione. La serie originale è sempre lì, pronta a servire da sistema di riferimento  per interpretare e correggere i cambiamenti che avvengono nella serie derivata. Teoricamente, se non praticamente, la storia è subordinata al sistema. Ma quando una società si mette dalla parte della storia, la classificazione in gruppi finiti diventa impossibile, poiché la serie derivata, invece di riprodurre una serie originale, si confonde con essa per formare una serie unica, di cui ogni termine è derivato rispetto a quello che lo precede e originale rispetto a quello che lo segue. Invece di postulare una volta per tutte un’omologia tra due serie, ciascuna per conto proprio finita e discontinua, si postula un’evoluzione continua nell’ambito di una sola serie che accoglie un numero illimitato di termini.”(17)

 

 

      Per riassumere  e per ribadire quanto detto agli inizi delle due parti di questo paragrafo, la realtà socio-economica e culturale del Magreb e del Medio Oriente ha l’obiettivo di creare una frattura col mondo occidentale, di raggiungere l’indipendenza socio-economica e culturale dal mondo occidentale, perché solo in questo modo è possibile creare una realtà autonoma, feconda e ricca e che non corra il rischio di essere divorata e assorbita dal mondo occidentale stesso. L’obiettivo di ogni cultura, viene ribadito, è di essere padrona del proprio destino.  La realtà socio-economica e culturale del Magreb e del Medio Oriente è andata alla ricerca degli strumenti per contrapporsi al mondo occidentale, ha fatto l’inventario di ciò che possiede e ha cercato gli strumenti per fare questo: la scelta è caduta sulla religione islamica. Ma la religione islamica, si è cercato di spiegare con le citazioni di Claude Levi-Strauss, ha un senso originale, nel senso che è nata per altri motivi, e che per questo il suo impiego sarà limitato e, soprattutto,  avrà un significato particolare:  servirà solamente a marcare, spostandosi su un altro campo, come fanno  le istituzioni totemiche, solamente la differenza fra la realtà socio-economica e culturale del Magreb e del Medio Oriente da una parte e il mondo occidentale dall’altra, perché solo in questo modo questa contrapposizione inizia a diventare intelleggibile. Si aggiunge ancora che, così come non c’è nessuna corrispondenza sostanziale fra le  istituzioni totemiche e le realtà umane  così non c’e nessuna corrispondenza sostanziale fra il terrorismo e la religione islamica e fra la religione islamica e la cultura occidentale: se così non fosse dovremmo avere delle forti contrapposizioni fra il Giappone e il mondo occidentale ( di cui tra l’altro e per molti versi il Giappone fa parte) solamente perché la religione più diffusa in Giappone è lo Shintoismo, e non avremmo dovuto avere le tremende guerre che ci sono state fra le nazioni dell’Europa cristiana, non avremmo dovuto avere l’olocausto, ecc.

       L’utilizzo della religione islamica come istituzione totemica, cioè come cifrario che introduce interruzioni e contrasti con la cultura occidentale, potrebbe anche vedersi, d’accordo con quanto mi pare voglia dire Claude Levi-Strauss a proposito del “pensiero selvaggio” quando dice che le due forme di pensiero “possano coesistere e compenetrarsi”, solamente come la prima modalità di accostarsi al problema, per poi cedere il passo alla presa di coscienza dei problemi esistenti e alla ricerca razionale delle loro soluzioni. La successione fra le due modalità di pensiero avverrebbe non nella storia, come diceva Comte (rimproverato a tale riguardo da Levi-strauss)  ma in relazione ad un singolo evento.

     

      Una interpretazione simile penso si possa dare dello scontro in Nord Irlanda fra la comunità cattolica e quella protestante: il carattere cattolico del terrorismo dell’IRA ha avuto essenzialmente la funzione totemica di marcare le differenze socio-economico-politiche  fra le due comunità.

 

       Ritornando al cosiddetto scontro di civiltà bisogna chiedersi chi ha fatto la prima mossa, o, per meglio dire, chi è motivato alla  ricerca dello “scontro di civiltà”? 

       La risposta è ovvia a fronte di tutto quello che è stato detto: è il mondo islamico o, per meglio dire è il Magreb e il Medio Oriente con  i loro problemi e le loro prospettive di soluzione.

     

      Questi sono solamente spunti (spero validi) per una riflessione più chiara e approfondita del collegamento fra Islam e terrorismo.

 

 

 

  (1) The life and letters of Charles Darwin – London: John Murray, Albemarle Street. 1887. terzo volume, pagina 18 (nota in fondo alla pagina)

(2) Joseph E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino 2002, pag. 67

(3) idem pag. XIV

(4) idem pag. 6

(5) Claude Levi-Strauss, Il pensiero selvaggio, il Saggiatore, Milano 2003, pagg. 28-29

(6) idem, pagg. 29-30-31-32-34

(7) idem, pagg. 89-90

(8) idem, pag. 104

(9) idem, pag. 130

(10) idem, pag. 151

(11) idem, pag. 153

(12) idem, pag. 240

(13) idem, pagg. 243-244

(14) idem pagg. 245-246

(15) idem, pag. 248

(16) idem, pag. 249

(17) idem, pag. 253

(18) Carlo Tullio-Altan, Le grandi religioni a confronto - L’età della globalizzazione, Giangiacomo Feltrinelli Editore, maggio 2002, pagg. 144-145

(19) Ummah: nuova legge di aggregazione comunitaria, formulata da Maometto, basata sulla fede in un unico Dio, creatore dell’universo e degli uomini che lo abitano, e in una serie di norme.

(20) Claude Levi-Strauss, Il pensiero selvaggio, il Saggiatore, Milano 2003, pag. 240

(21) Claude Levi-Strauss, Mito e significato, il Saggiatore, Prima edizione Net, marzo  2002, pagg. 37-38