LE CRISI AMBIENTALI
GLOBALI
Alberto
Di Fazio
Osservatorio
Astronomico di Roma e
Global
Dynamics Institute
Documento presentato al
Congresso Comitato Scienziate e Scienziati Contro la guerra 1999
CNR-IAC (Istituto per le applicazioni del
calcolo “Mauro Picone”).
On-line a www.aspoitalia.net
1. INTRODUZIONE
Può essere interessante iniziare subito con una citazione dal libro di
Meadows et al. Beyond the Limits
(Earthscan, 1992), di cui parlerò più avanti (pag. 25), dove viene presentata,
nello “Scenario 1”, una simulazione del mondo nel caso in cui nulla viene
fatto, da parte di governanti e potere industriale, per porre rimedio a quelle
che vengono ora unanimamente riconosciute come le “crisi ambientali globali”; è
il cosiddetto scenario “Business as
usual” (BAU).
“In questo scenario la società mondiale procede per il suo cammino storico, il più a lungo possibile, senza fare alcun cambiamento politico importante. La tecnologia continua ad avanzare nei settori dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi sociali secondo gli schemi prestabiliti. Non viene fatto nessuno sforzo particolare per combattere l’inquinamento o per preservare le risorse naturali. Il modello di mondo, nella nostra simulazione, cerca di trascinare la popolazione mondiale attraverso la transizione demografica e di inserirla in un’economia industriale e poi post-industriale. Questo modello si fa carico della sanità pubblica e del controllo delle nascite, via via che cresce il settore dei servizi; aumenta gl’investimenti nell’agricoltura ed ottiene raccolti maggiori, via via che cresce il settore dell’agricoltura; emette più sostanze inquinanti ed esige sempre più risorse non rinnovabili, via via che cresce il settore industriale.
“La popolazione mondiale in questo scenario cresce da 1.6 miliardi nell’anno 1900 a più di 5 miliardi nell’anno 1990 ed a più di 6 miliardi nell’anno 2000. Il prodotto industriale mondiale lordo si espande di un fattore 20 tra il 1900 e il 1990. Tra il 1900 e il 1990 viene consumato solo il 20% delle risorse non rinnovabili mondiali; l’80% di queste risorse è ancora intatto nel 1990. L’inquinamento in quest’anno, nella nostra simulazione, ha appena cominciato ad aumentare in maniera rilevante. In media i beni di consumo pro capite raggiungono un valore (in dollari del 1968) di $260 per persona per anno –una cifra utile da ricordare per confronti con simulazioni future. La durata media della vita sta aumentando, i servizi ed i beni pro capite aumentano, la produzione di cibo aumenta. Ma cambiamenti cospicui si delineano di lì a poco.
“In questo scenario, ad un certo punto, la crescita economica si arresta ed inverte l’andamento, a causa di una combinazione di limitazioni. Subito dopo l’anno 2000 l’inquinamento aumenta tanto da cominciare a danneggiare seriamente la fertilità della terra. (Questo potrebbe succedere nel ‘mondo reale’ per la contaminazione da metalli pesanti o da sostanze chimiche persistenti, a causa del cambiamento climatico, o a causa dell’aumento dei livelli d’intensità dei raggi ultra-violetti dovuto alla diminuzione dello strato dell’ozono). La fertilità della terra diminuisce soltanto del 5% tra il 1970 e il 2000, ma risulta avere un tasso di diminuzione del 4.5% all’anno nel 2010 e del 12% all’anno nel 2040. Contemporaneamente aumenta l’erosione della terra. La produzione totale di cibo comincia a crollare dopo il 2015. Con il risultato che l’economia deve aumentare gl’investimenti nel settore dell’agricoltura per mantenere il livello della produzione. Ma l’agricoltura deve competere, quanto agl’investimenti, con il settore delle risorse naturali che pure comincia a risentire di alcune limitazioni.
“Nel 1990 le risorse non rinnovabili rimanenti sotto terra sarebbero durate 110 anni al tasso di consumo del 1990. Non si evidenziava nessun limite serio alle risorse. Ma arrivando al 2020 le risorse rimanenti costituiscono un serbatoio di soli 30 anni. Perché si verifica un così repentino calo? Perché una crescita esponenziale fa diminuire le risorse e fa aumentare il tasso di consumo allo stesso tempo. Tra il 1990 e il 2020 la popolazione aumenta del 50% e il prodotto industriale cresce dell’85%. Il tasso di consumo delle risorse non rinnovabili raddoppia. Durante i primi vent’anni del XXI secolo, nella nostra simulazione, la popolazione in aumento e l’impianto industriale consumano tante risorse non rinnovabili quante l’economia globale ha consumato nell’intero secolo precedente. Una tal quantità di risorse è stata consumata che è necessario investire molto più capitale ed energia per individuare, estrarre e raffinare ciò che rimane.
“Via via che diventa sempre più difficile ottenere cibo e risorse non rinnovabili, in questo mondo simulato, una quantità sempre maggiore di capitale è spostato e indirizzato ad ottenerli. Questo implica che ci sono meno profitti da investire nell’accrescimento del capitale.
“Infine l’investimento non riesce a tenere il passo con il deprezzamento (questo è l’investimento e il deprezzamento fisico, non monetario). L’economia non può smettere d’investire nei settori delle risorse e dell’agricoltura; se lo facesse la scarsità di cibo, di materie prime e di combustibile limiterebbe ancora di più la produzione. Dunque comincia il declino dell’impianto industriale capitalistico, portandosi dietro i settori dei servizi e dell’agricoltura; i quali sono diventati dipendenti dagl’investimenti industriali. Per un breve periodo la situazione è particolarmente seria, perché la popolazione continua ad aumentare, a causa del ritardo implicito nella struttura delle età e nel processo di adattamento sociale. Alla fine, però, anche la popolazione comincia a diminuire, perché il tasso di mortalità è spinto in alto dalla mancanza di cibo e di strutture sanitarie.”[pp. 132-134, Meadows]
E questa che segue è la figura originale che accompagnava il brano, che per ora non commenterò ulteriormente:

Dunque già da questo brano si può avere un’idea di che cosa siano le crisi ambientali globali, tra le quali tratterò in particolare, in questo articolo, della crisi climatica e della crisi energetica, per poi dare qualche cenno delle altre. Inizio perciò a elencarle, insieme agli schieramenti economici, negoziali e militari ad esse connessi. Nonostante che molte siano interconnesse, la classificazione tiene conto di diversi problemi e minacce da esse poste all’umanità intera. L’ordine è quello che viene riconosciuto dalle competenti organizzazioni delle Nazioni Unite (UN), come ad esempio WMO[BG1][BG2][1], UNEP[2], UNFPA[3], FAO[4], WHO[5], IFAD[6], etc.(e che a sua volta ad esse viene suggerito da diverse organizzazioni scientifiche di settore, coordinate dall’ICSU[7]):
·
1. CRISI CLIMATICA
·
2. CRISI ENERGETICA
·
3. DEFORESTAZIONE
·
4. CRISI IDRICA
·
5. CRISI DEMOGRAFICA
·
6. DESERTIFICAZIONE
·
7. PERDITA DELLA BIODIVERSITÀ
·
8. CRISI AGRICOLA: EROSIONE E RIDUZIONE PROGRESSIVE
DELLA SUPERFICIE ARABILE
·
9. PROGRESSIVO E RAPIDO CALO DELLE RISERVE ITTICHE.
Non abbiamo ovviamente
elencato tutte le crisi ambientali globali, ma quelle più rilevanti per il
presente contributo. Non forniremo qui che una sintetica descrizione dei punti
più importanti.
SITUAZIONE
- A livello
negoziale:
Vi sono Convenzioni Quadro (veri e
propri trattati sulle modalità di negoziazione in sede UN) solo per la crisi
climatica, la deforestazione, la desertificazione - quest’ultima firmata a Roma
nell’autunno 1997 - e la biodiversità. Nell’ambito delle Framework Conventions
operano le COP (Conference of the Parties), veri e propri parlamenti mondiali
in cui si prendono le decisioni operative (trattati, provvedimenti economici,
controlli e sanzioni). Molto famosa è la UNFCCC[8],
la cui COP3 a Kyoto nel dicembre 1997 ha adottato il Protocollo di Kyoto, primo
esempio nella storia in cui il mondo scientifico ha forzatamente indotto
l’attivazione di un trattato globale legalmente vincolante per un problema
ecologico globale le cui soluzioni non sono ottenibili tramite meri shifts
tecnologici[9].
Sono in negoziazione i meccanismi economici, quelli di controllo e il sistema
di sanzioni. Nonostante l’estrema
gravità, non sono ancora neanche
contemplate Convenzioni Quadro - né negoziazioni - sulla crisi energetica,
sulla crisi demografica e sulla crisi idrica.
La Convenzione sulla deforestazione non ha ancora un vero e proprio
organo decisionale-negoziale.
Gli schieramenti
:
à
il G77&China
(il gruppo maggioritario, di circa 140 paesi su 180, rappresentante circa l’85%
dell’umanita’, guidato in maniera universalmente riconosciuta dalla Cina e
comprendente il sottogruppo dell’Africa, oltre all’India, ai paesi dell’OPEC, la
quasi totalità dei paesi sud-americani e
tutti quelli asiatici meno il Giappone e la Corea del Sud[10])
à
l’ Unione
Europea
à
La Federazione
Russa e il resto dei paesi CSI
(ex-URSS meno i tre piccoli stati Baltici)
à
lo “Umbrella Group” o JUSCANNZ (dalle iniziali di Japan, United States, Canada, New
Zealand), comprendente anche l’Australia. Questo schieramento porta avanti in
pratica gli interessi statunitensi
- A livello
economico:
Gli interessi sono grosso modo divisi tra paesi in via di
sviluppo (PVS) e paesi industrializzati. Ogni tipo di crisi coinvolge uno
opportuno dosaggio e redistribuzione di risorse del pianeta, ad esempio: i)
la quota nazionale di energia, sotto forma di combustibili fossili,
utilizzabile per unità di tempo senza impedire la riduzione di emissioni di
anidride carbonica e di altri gas di serra;
ii) la quota di petrolio e gas
naturale utilizzabile nel quadro della diminuzione tendenziale del tasso di
estrazione, senza minacciare il fabbisogno vitale di altri paesi e/o blocchi
militari; iii) il tasso massimo di deforestazione da applicare a scopi
agricoli e commerciali senza superare il tasso di ricrescita e quindi le
capacità di assorbimento di CO2 e la capacità di regolare il tasso
di umidità; iv) il flusso di acqua
necessario alle attività industriali, metropolitane ed agricole senza però
intaccare la quota dei paesi confinanti e che condividono gli stessi bacini
idrografici; v) il tasso di crescita demografica massimo tollerabile senza
aggravare le crisi 1–4 e 6,7, etc. etc.
Le soluzioni per le crisi
1-4 e 7 sono tutte inconciliabili con la
crescita economica, e quindi incompatibili
con il vigente sistema di mercato. Ciò schiera una serie di organizzazioni
intergovernative occidentali potenzialmente (e in alcuni casi effettivamente)
contro l’applicazione delle soluzioni.
Diamo un breve elenco degli schieramenti
economici:
¨
G7 (Russia a parte, il G8 è solo formale nelle
decisioni sostanziali)
¨
OECD[11] (OCSE)
¨
OPEC[12]
¨
ASEAN[13]
¨
IMF[14]
(UN ma in realtà portavoce di Washington, Wall Street, e in misura molto minore
di UK e Giappone)
¨
NAFTA[15]
¨
IEA[16]
¨
(UN): UNCTAD[17], UNIDO[18], World Bank
- A
livello militare:
Esistono una serie di potenze, patti ed alleanze varie
che, come vedremo, giocano un ruolo fondamentale nell’ambito del dominio delle
risorse e - in definitiva - della “gestione” delle crisi sopraelencate. Alcune,
e in particolare quelle imperniate intorno agli Stati Uniti d’America, sono
costruite per imporre una dominanza che tende a risolvere le crisi suddette
tentando di garantire la sopravvivenza di una parte del cosiddetto Occidente.
Elenchiamo brevemente gli schieramenti
ed alleanze più importanti:
*
US
*
NATO
*
Alleanza Federazione Russia-Cina-India
*
Alleanza
US-Japan-Korea e - anche se non ufficialmente- Taiwan
L’Unione Europea (EU) non possiede -
come è noto - un proprio dispositivo militare, anche se - come vedremo - le sue
posizioni ed interessi strategici e a medio termine nel gestire le su elencate
crisi non coincidono (e anzi
sono contrapposti) con quelli degli US. Quest’ultimo fatto è confermato dal
fatto che le posizioni negoziali dell’EU sono praticamente sempre in conflitto
con quelle del JUSCANNZ negli scontri
sui trattati sulle grandi crisi ambientali 1-4 e 6-7. È da segnalare il
trattato militare per il secolo a venire stipulato da Cina e Federazione Russa
nel 1997, a cui si è aggiunta l’India meno di un anno fa.
Il progettato
sistema missilistico US-Japan-Korea, con l’istallazione di missili anche su
Taiwan costituisce una minaccia per la Cina e per l’alleanza “Asiatica” sopra
descritta, oltre che una minaccia di destabilizzazione nucleare per tutto il
mondo.
Prima di vedere che ruolo hanno
queste alleanze e che minacce ne vengono alla pace e infine come esse giocano
nel conflitto dei Balcani, esaminiamo i dati, la natura e la rilevanza delle
crisi globali sopra descritte. Nel
descrivere i dati trascurerò dapprima i cenni storico-scientifici, che tratterò
in seguito. Mi limiterò qui invece a descrivere i dati e i processi su cui è
stato raggiunto consensus scientifico
nella comunità scientifica internazionale (ICSU).
2.
LE GRANDI CRISI
AMBIENTALI GLOBALI IN ATTO
2.1 CRISI
CLIMATICA.
I dati
L’uomo ottiene circa il 95% dell’energia ossidando atomi
di carbonio nei legami C-H e C-C (i.e., bruciando combustibili fossili:
idrocarburi, gas naturale e carbone). Il
necessario
prodotto finale di tali processi di generazione di energia è
l’emissione in atmosfera di anidride carbonica (CO2) in quantità
strettamente proporzionali alla energia totale usata. Tale modalità di
generazione dell’energia è non rinnovabile e non sostenibile. Infatti,
centinaia di milioni di anni fa grandi masse di clorofilla hanno cominciato a
rimuovere carbonio nella forma ossidata (sotto forma di CO2)
dall’atmosfera, per riporlo nei propri tessuti sotto forma ridotta, nei legami
C-C e C-H. Contemporaneamente, veniva immagazzinata energia a spese di quella
solare, come è chiaro dalla reazione generica che segue e dalla spiegazione
della struttura energetica delle molecole organiche data tra breve:
iCO2 + clorofilla + fotone + mH2O ®
n(R-CH-S) + clorofilla + wO2,
dove i coefficienti
stechiometrici dipendono dal tipo di molecola organica formata, mentre R ed S
sono radicali organici generici comunque complessi. La clorofilla agisce da
catalizzatore, mentre il fotone assorbito fornisce l’energia necessaria per la
riduzione (vedi qui sotto). Nel corso degli ultimi circa 200 milioni di anni,
una frazione considerevole di tale manto clorofilliano è morto, putrefacendosi
e trasformandosi in petrolio, gas naturale e
carbone. I legami C-C e C-H
(maggiormente quest’ultimo) hanno una buca di potenziale meno profonda del
legame C-O. La differenza è quella che l’uomo usa per produrre energia,
riossidando il carbonio (i.e. bruciando i combustibili fossili) e di
conseguenza producendo anidride carbonica.
L’insostenibilità di tale processo umano di generazione di energia sta
nel fatto che - per ordini di grandezza - essa è stata immagazzinata nel corso
di più di 200 milioni di anni, mentre noi la stiamo consumando (e immettendo in
atmosfera) in soli 140 anni, anzi -essenzialmente- negli ultimi 60! La velocità
di consumo -umano- è così circa 3 milioni di volte quella di produzione -
naturale.
A questo punto bisogna ricordare che l’equilibrio termo-radiativo dell’atmosfera è
regolato, a parità di irraggiamento, dalla concentrazione - in atmosfera - dei
cosiddetti gas di serra, ossia dalla
concentrazione di molecole che hanno alti coefficienti di assorbimento (ossia
in definitiva alte sezioni d’urto) nell’infrarosso. Tra le molecole naturali
essenzialmente troviamo l’acqua (H2O) l’anidride carbonica (CO2)
e il metano (CH4). Mentre
l’equilibrio radiativo boltzmaniano - che si avrebbe in assenza di atmosfera -
tra la radianza solare e il reirraggiamento da diseccitazione dei livelli
roto-vibrazionali assegnerebbe alla superficie del nostro pianeta una
temperatura media[19]
di circa -20° C, la presenza dei
suddetti gas di serra garantisce una media di circa 15° C. Questo è quello che si chiama l’effetto serra
naturale. In maniera quantitativa, per
il lettore fisico, diamo qui di seguito le espressioni per la potenza radiante
assorbita per unità di superficie e per il contributo dell’effetto serra alla
derivata della temperatura media al livello del mare. Esse si ottengono
mediando - sulle frequenze infrarosse rilevanti - l’equazione differenziale del
trasporto radiativo, e manipolando opportunamente l’espressione ottenuta,
uguagliando poi la radianza assorbita per transizioni roto-vibrazionali alla
derivata rispetto al tempo dell’energia interna media dell’atmosfera per unità
di superficie:
(global warming potential)
(1)
dove la sommatoria è estesa
a tutte le specie molecolari rilevanti, ni è la densità numerica delle molecole
considerate,
è la sezione d’urto
monocromatica relativa alla specie molecolare i alla frequenza n e I(n) è la radianza riemessa dalla superficie terrestre
nell’infrarosso. Questa equazione descrive ovviamente la media spaziale su
tutta la superficie del pianeta. Il corrispondente contributo alla derivata
della temperatura[20]
media <T> è:
(2)
dove r è ovviamente la densità
dell’atmosfera (più precisamente della parte in cui avviene l’assorbimento) k è
la costante di Boltzman, mH la massa dell’atomo di idrogeno, e m è il peso molecolare medio.
|
|
Figure 2 The CO2
emissions (in CO2 mass units: to obtain GtonC - i.e. Carbon units
- multiply by 12/44 @ 0.2727). Doubling time@29 years. Data: CDIAC; stats.:
GDI. |
Il problema è che l’uomo, dall’inizio della rivoluzione
industriale, per soddisfare il fabbisogno di energia - che è cresciuto e cresce
tuttora esponenzialmente, è entrato in un regime di consumo di combustibili
fossili altrettanto esponenziale, emettendo in atmosfera quantità di anidride
carbonica esponenzialmente crescenti (vedi fig.2) con un tempo di
raddoppiamento di 29 anni circa. Ciò è servito, in definitiva, ad alimentare la
crescita economica (vedi fig. 1), altrettanto esponenziale, ma con un tempo di
raddoppiamento più rapido, dovuto al miglioramento tecnologico delle efficienze
di bruciamento, per cui col passar del tempo sono necessarie quantità di
energia minori per produrre la stessa quantità di prodotto industriale mondiale (WIP). Per la precisione,
quest’ultima grandezza è la generalizzazione a livello mondiale del PIL, solo
che in termini reali (deflazionati, corrispettivi nel caso della figura al
dollaro 1963, e in termini di equivalenti fisici e non puramente monetari). Il
fatto è che per ogni unità di WIP prodotto è necessaria una ben determinata
quantità di energia - a parità di efficienza - e quindi, per motivi
energetico-molecolari, è necessario bruciare una ben determinata quantità di
combustibili fossili, e dunque di emettere una ben determinata quantità di CO2
in atmosfera. L’efficienza è - finora - costantemente aumentata, e questo è il motivo per cui il
tempo di raddoppiamento delle emissioni è più lento di quello del prodotto
industriale, cioè della crescita economica. Detto aumento di efficienza, però,
è ovviamente limitato dal Secondo Principio della Termodinamica, visto che
l’efficienza di cui parliamo - energia prodotta per unità di emissioni di
anidride carbonica - non è soltanto proporzionale all’efficienza economica -
dollari di prodotto industriale per unità di emissioni di anidride carbonica -
ma anche al rendimento termodinamico di qualsiasi macchinario converta
l’energia chimica del combustibile in energia termica e in definitiva in lavoro
utilizzabile. In termini pratici, siamo oggi ad un’efficienza termodinamica
media di circa 0.25, e possiamo crescere - ottimisticamente - fino ad un valore
di 0.75-0.8 al massimo. Questi valori tengono conto delle diverse macchine
necessarie alla vita industriale, agricola ed urbana, per esempio dai veicoli
con motore termico (benzina o diesel) con efficienza intorno al 16-17% (0.16-0.17) alle turbine a gas ad alta
temperatura, con efficienze sperimentali fino al 50% (0.5).
|
Figure 3 The impressive, strong correlation between the global CO2 emissions and the world industrial product. The implied correlation coefficient is r@0.995. Data from: CDIAC; WB. Correlation and stats.: GDI. |
Per concludere questa
digressione sull’efficienza, con l’attuale trend di miglioramento tecnologico,
possiamo crescere un altro paio di decenni al massimo, prima di “sbattere”
contro il Secondo Principio della
Termodinamica. Dopodiché le emissioni cominceranno a salire con lo stesso tempo
di raddoppiamento del WIP. Usando i dati
forniti dalla Banca Mondiale, in termini sempre reali, e del CDIAC[22] si può vedere in fig. 3 l’impressionante
correlazione esistente tra la crescita economica (il WIP) e le emissioni negli
ultimi 150 anni circa: il coefficiente di correlazione è r@0.995. La relazione tra
l’efficienza economica, e, il prodotto
industriale mondiale WIP e le emissioni, E, è:
E
= WIP/e. (3)
La conseguenza
dell’aumento esponenziale delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera,
in atto da circa 150 anni, è un drammatico - per l’umanità - aumento della
concentrazione di CO2 , come si può vedere nelle fig 4 e 5, su due
diverse scale temporali (dati del CDIAC; IPCC[23];
NGDC[24];
UKMO[25]).
In fig. 4 possiamo vedere le fluttuazioni naturali che i dati ci mostrano nei
mille anni circa prima del 1850, e la rapida crescita esponenziale successiva,
tuttora in atto. La fig 5 è il dettaglio dell’era industriale in cui stiamo
vivendo.
|
Figure
4 The natural CO2
variations and the anthro-pogenic increase after the industrial revolution in
1800. In this graph, and in all the next ones showing a best-fit curve to the
data, the continuous lines above and below the fit are the 99% confidence
levels (inner lines) and the 99% prediction levels (outer lines from the
fit). Data from the IPCC (1995); CDIAC. Statistics: GDI
1997. |
Figure
5 A zoom-in on the 1850-2000 interval
of Fig. 1a, showing the exponential trend in the data regarding the CO2
concentration after the industrial revolution. Note the very short e-folding
time (40 years), corres-ponding to a doubling time of only 27 years.
Data from IPCC; CDIAC; det.
coefficient: r2@0.98; best-fit and conf. levels by GDI 1997. |
Possiamo notare che
il valore di concentrazione naturale
di CO2 , quello cioè che garantiva il benefico effetto serra
naturale , era di circa 280 ppmv (parti per milione in volume) mentre in 150
anni - ma essenzialmente negli ultimi 70 - abbiamo portato la concentrazione di
anidride carbonica a poco meno di 364 ppmv (valore fine 1998) pari ad un
aumento del 30% circa. E aumentiamo con
un tempo di raddoppiamento attualmente uguale a 27 anni, che fatalmente
scenderà a soli 17 anni in meno di un paio di decadi, per la saturazione delle
efficienze imposta dal Secondo Principio TDN agli attuali tassi di sviluppo
tecnologico dell’Occidente. Una accelerazione tecnologica della Cina,
dell’India e di altri importanti PVS[26]
(paesi in via di sviluppo) diminuirà ancora il tempo in capo al quale ci sarà
l’attesa saturazione.
Una brevissima digressione generale: al lettore attento non sfugga il legame di tutto ciò con il problema dell’energia. A questo scopo, si ricordi che stiamo parlando di “problemi” -eufemisticamente definiti tali - causati dal processo di generazione di energia, che avviene al 95% bruciando combustibili fossili. Torneremo ovviamente su questo e sulle conseguenze economiche e militari. Starà al lettore stesso di trarre eventualmente quelle politiche generali.
|
Figure 6 The temperature anomaly after 1860. Data: IPCC; UKMO |
Andiamo avanti con i dati: cosa è successo alla temperatura media
superficiale dell’atmosfera del nostro pianeta in questi 150 anni di crescita
esponenziale economica e quindi di emissioni di CO2 ? Questo si può vedere dalla fig. 6 (sorgente
IPCC;UKMO; anche NGDC del NOAA), che mostra l’andamento della temperatura media
superficiale dal 1860 ad oggi. E’ evidente il trend in crescita, a parte
oscillazioni cicliche e stocastiche. In conseguenza di tale aumento di
temperatura (circa 0.6 °C in un secolo) si è
riscontrato un aumento del livello medio del mare di 25 cm (nel Mediterraneo
circa 11 cm, a causa della prevalenza dell’evaporazione in questo bacino
chiuso).
|
Figure 7
220,000 years of data on the CO2 concen-tration from the
Vostok ice core. Source: NGDC (NOAA Palaeoclimatology
Program); NSIDC[27]. |
Figure 8 Same as fig. 5, but for the temperature
anomaly. Source: as in Fig 7. |
Andando a vedere i dati paleoclimatici, possiamo per
esempio valutare in fig. 7 e 8 l’andamento misurato della temperatura e della
concentrazione di anidride carbonica ottenuti analizzando le bollicine d’aria
intrappolate nel ghiaccio del carotaggio di Vostok[28]. Il grafico plotta dati riferentisi a 220 mila
anni prima di oggi[29].
Risulta evidente la forte correlazione tra l’andamento della CO2 e
la temperatura. Si vede inoltre che la concentrazione atmosferica di anidride
carbonica ha oscillato tra circa 180 ppmv e 300 ppmv. Da altri data set, più
dettagliati nei passati 10 mila anni, si vede che il valore della concentrazione preindustriale - 280 ppmv
- era ormai stabile da molte migliaia di anni, con le oscillazioni visibili in
fig. 4 prima del 1800 circa.
|
Figure 9. In this graph, the measured data end in
1997. The extrapolation to the year
2100 is a pure BAU behaviour of the CO2 concentration historical
data, with a best estimate of somewhat
less than 1300 ppmv, actually higher that that implied by the IPCC scenario
IS92e. Statistics: GDI 1997.
Data source as in Fig 1b. |
Se riportassimo in
fig. 7 l’aumento antropogenico di anidride carbonica degli ultimi circa 100
anni, sarebbe una retta verticale fino a 363 ppmv. E l’attuale trend business-as-usual [30](BAU)
prevede il raddoppio (560 ppmv) del
valore preindustriale entro 35 anni circa (anzi solo 20 se la
saturazione dell’efficienza avverrà prima). Entro la fine del secolo venturo il
business-as-usual trend ci farà arrivare a più di un quadruplicamento (vedi
fig. 9). In altre parole, in 100 anni circa avremo prodotto una variazione
della concentrazione atmosferica di anidride carbonica 3 volte maggiore della massima variazione
registrata in poco meno di mezzo milione di anni. Guardando la fortissima
correlazione tra temperatura media e concentrazione di gas serra (sono
disponibili analoghi dati per la concentrazione di metano) è impossibile non
aspettarsi, con tali grandi e rapidissime variazioni antropogeniche della
concentrazione di CO2 un effetto serra di origine antropogenica[31]
di vaste proporzioni - anche senza girare pesanti modelli numerici
idrodinamico-radiativi.
Ogni anno emettiamo complessivamente in atmosfera circa
6.3 miliardi di tonnellate di carbonio, ossia circa 23 miliardi di tonnellate
di anidride carbonica, a cui si devono aggiungere circa 5.5 miliardi di tonnellate di CO2 dovute alla deforestazione[32]
nelle grandi foreste tropicali. Di quei 23 miliardi di tonnellate di anidride
carbonica l’anno, più dei 3/4 vengono assorbiti[33]
dal biota clorofilliano nelle foreste e negli oceani[34].
Il lettore ha a questo punto compreso che - quando verranno meno gli
assorbitori forestali e ci sarà una sink failure delle alghe negli oceani -
l’immissione netta in atmosfera diventera’ di conseguenza più che quadrupla,
senza contare l’aumento dovuto alla crescita economica (che politici ed
economisti fanno a gara a dichiarare “irrinunciabile”[35]).
E’ anche evidente - a questo punto - la forte interazione della crisi climatica
che stiamo descrivendo con la crisi n. 3 (deforestazione). Ne vedremo più
avanti (in questo paper) le implicazioni economiche e agricole.
Questi sono i
dati. E’ naturale che il lettore si
chiederà: cosa succederà all’equilibrio termo-radiativo dell’atmosfera in
presenza di tali violente alterazioni antropogeniche della concentrazione dei
gas di serra? Per rendersi conto della rapidità del processo, si pensi che il pianeta
non vede concentrazioni di anidride carbonica così alte (come quella che raggiungeremo al tasso attuale tra
venti anni) da più di 35-50 milioni di anni. Tale dato si ottiene facilmente
confrontando i record di concentrazione che ssi ottengono analizzando i
sedimenti calcarei[36]
sia a terra che sul fondo degli oceani con le 560 ppmv che raggiungeremo al più
tardi tra 30 anni ma più probabilmente tra 20.
Si tenga presente
che anche altri gas di serra sono in vistosa crescita. Infatti, il metano sta
crescendo esponenzialmente (da processi industriali ed agricoli) e i
cloro-fluoro-carburi (che sono anche
responsabili della progressiva distruzione dello strato di ozono stratosferico)
e gli idro-fluoro-carburi (loro
sostituti salva-ozono) sono anch’essi in rapida ascesa e ambedue sono potenti
gas serra. Infine, il protossido di azoto (N2O) è anch’esso in
crescita esponenziale. I CFC e gli HFC
sono un milione di volte meno abbondanti dell’anidride carbonica, ma
contribuiscono all’effetto serra totale per il 20%, contro il 55% dell’anidride
carbonica, il 17% del metano e l’8% del protossido d’azoto. Ciò è dovuto al
fatto che la sezione d’urto dei CFC è altissima, dell’ordine di 106
volte più alta di quella della CO2. Analogamente accade per il
metano, dove il fattore è quasi uguale a mille. Anche il vapor d’acqua è un potente gas
serra (grande sezione d’urto nell’infrarosso qui rilevante). Tutto il ciclo
dell’acqua (evaporazione, formazione di nubi, precipitazioni, etc) viene
ovviamente seguito nei calcoli e nei modelli, insieme al ciclo del carbonio,
come vedremo tra breve. Ciononostante, anche se il suo contributo netto è alto
e ovviamente è un termine importante nei calcoli, non è l’H2O a “dominare” la scena, in quanto ovviamente
l’aumento di temperatura fa aumentare la tensione di vapore e l’evaporazione
dai mari, causando una maggior immissione di vapore in atmosfera, cosa che
aumenta a sua volta l’effetto serra, con retroazione positiva. Il nesso causale
ovviamente è gas serra antropogenici ® vapor d’acqua. Non
solo, ma il tempo di permanenza media in atmosfera della CO2 è di circa 200 anni, a fronte di pochi giorni
per l’H2O. Il metano permane
per periodi da anni a decenni, e alcuni CFC hanno periodi di permanenza
dell’ordine di 104 anni. Ciò chiarisce ulteriormente perché il vapor
d’acqua, pur essendo un potente gas serra, non è affatto il driving factor dell’effetto serra.
Una vecchia polemica -
superata da prima della metà degli anni ‘80 - era basata sul fatto che la copertura
nuvolosa, in aumento per l’aumento del vapor d’acqua dovuto al riscaldamento
globale[37],
avrebbe “prima o poi”, con l’aumento dell’albedo (riflettività verso lo spazio
esterno all’atmosfera), regolato automaticamente il problema termico,
arrestando il riscaldamento. A parte il fatto che questa obiezione era molto
ingenua e qualitativa, in quanto è da determinare quanto “prima” e quanto
“poi”, prima ancora che i modelli
potessero dimostrare anche numericamente che l’effetto in questione non fermava
il riscaldamento prima di almeno 10°C, era evidente -
dall’analisi dei termini forzanti delle equazioni differenziali - che comunque
tale “equilibrio” si sarebbe raggiunto soltanto quando la temperatura fosse
diventata così più alta di adesso da popolare l’atmosfera con vapor d’acqua
sufficiente ad aumentare l’albedo abbastanza per fermare l’effetto serra, e
questo appariva già qualitativamente venti anni fa avvenire per un
riscaldamento superiore a qualche grado. Per colmo di assessment di questa vecchia polemica - che io riporto per il
lettore che la avesse eventualmente sentita, anche se scientificamente non è
più in discussione da più di 15 anni -
basta valutare il data set della temperatura ottenuto dai sedimenti (analisi
del rapporto O18/O16 etc.) per i pregressi circa 200
milioni di anni (v. fig. 10).
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